Intervista a Francesco Terrasi, il bibliotecario agrigentino vittima di insulti discriminatori ad Alba Adriatica: «Ho pianto per settimane. Oggi l’Abruzzo è la mia seconda famiglia, ma Agrigento mi manca ogni giorno». (Leggi anche: «Torna al tuo Paese»: bibliotecario agrigentino vittima di insulti razzisti in Abruzzo)
«Mi dissero “torna al tuo Paese”. Ho provato vergogna per qualcosa di cui sono orgoglioso: essere siciliano»
La tristezza, poi lo sgomento e una domanda che ancora oggi fatica a trovare una risposta: come si può essere considerati “stranieri” nella propria nazione? Francesco Terrasi, 40 anni, agrigentino, direttore della Biblioteca comunale di Alba Adriatica, ha scelto di raccontare ad AgrigentoOggi ciò che ha provato dopo gli insulti ricevuti sui social e di ripercorrere una vicenda iniziata già nel 2023, quando venne etichettato semplicemente come “un siciliano”.
Dopo quanto accaduto si aspettava una presa di posizione delle istituzioni? Alba Adriatica è una città razzista?
«Sarebbe bello se ci fosse una presa di posizione istituzionale pubblica, ma devo dire che l’amministrazione non mi fa mancare affetto e stima. Il sindaco mi ha telefonato un paio di giorni fa per esprimere il proprio dispiacere, così come l’assessore alla Cultura. E voglio essere molto chiaro: Alba Adriatica non è una città razzista. Ho trovato persone splendide e una comunità che mi ha accolto con grande affetto.»
Quando ha letto quel messaggio con l’invito a “tornare al suo Paese”, cosa ha provato?
«La prima emozione è stata la tristezza, un senso di sgomento. La sensazione, quasi colpevole, di dovermi vergognare di una cosa della quale invece sono profondamente orgoglioso: essere siciliano. È frustrante sapere che in qualsiasi momento potrebbe esserci qualcuno pronto a ricordarti che sei “il siciliano”. Cerchiamo di combattere questi pregiudizi, ma nel frattempo è difficile liberarsi di quella molla che ci hanno installato dentro e che, a volte, ci fa sentire meno degli altri. Amo le mie radici e ne vado fiero. Sono italiano e siciliano, ma certi colpi finiscono per metterti a disagio.»
Lei ha vissuto all’estero e ha lavorato in Inghilterra e in Spagna. Si sarebbe mai aspettato di sentirsi “straniero” proprio in Italia?
«No, assolutamente. Quando lessi quell’articolo, tre anni fa, piansi per settimane. Ero appena arrivato, avevo vinto un concorso pubblico, non conoscevo nessuno e avevo tutto da dimostrare. Ritrovarmi definito semplicemente “un siciliano” mi ha segnato profondamente. Non ero abituato a stare sotto i riflettori e tantomeno a essere osservato attraverso una lente così distorta.»
Quegli episodi hanno contribuito ad alimentare diffidenza nei suoi confronti?
«Sì, in parte hanno fomentato una certa diffidenza. Ma per fortuna la gente d’Abruzzo ha il cuore nel posto giusto. Col tempo ha imparato a conoscermi per quello che sono. Oggi qui ho trovato affetto, amicizie sincere e quella che considero una seconda famiglia. Quell’articolo ha soltanto reso più difficile un percorso che, fortunatamente, si è concluso nel migliore dei modi.»
Che rapporto ha costruito con la comunità di Alba Adriatica?
«Un rapporto meraviglioso. Sono felice del ruolo che ricopro e soddisfatto del lavoro che stiamo facendo. Si dice spesso che la cultura si costruisce nelle province, e ad Alba Adriatica ho trovato un ambiente intellettuale di altissimo livello. In questo mi ricorda tantissimo Agrigento: sono territori dove le persone inventano, costruiscono e fanno cultura con passione.»
Che messaggio vuole lasciare ai giovani siciliani che sono costretti a partire?
«Viaggiare significa formarsi. Non tutti devono necessariamente andare via, ma fare un’esperienza altrove, imparare una lingua, confrontarsi con altre culture e capire cosa significa essere “l’altro” è qualcosa che ti cambia profondamente. Ti insegna ad accettare le differenze, ad adattarti e ad affrontare la vita con uno sguardo più aperto. Lavorare o studiare fuori significa uscire dalla propria zona di comfort e vivere davvero.»
Dopo aver vissuto in grandi città come Londra, cosa le manca di più?
«Più che Londra, mi manca Agrigento. Londra ti dà l’illusione di essere sempre nel posto giusto, nel centro del mondo, ma ero costantemente stanco e triste. Tornando in Italia ho riscoperto il valore del tempo: il tempo per leggere un libro, vedere un film d’autore, vivere con ritmi più umani. Sono le cose che facevo ad Agrigento e che oggi riesco a fare anche in Abruzzo. Agrigento è la memoria della mia infanzia, dei miei affetti, lì vive mia madre. Agrigento mi manca davvero tanto.»
Tre anni fa un giornale la definì semplicemente “un siciliano”. Da professionista della cultura come giudica quella scelta?
«Mi stupì molto perché sapevo che non è deontologicamente corretto. Ho sempre sperato che l’autore mi chiedesse scusa. L’ho persino contattato su LinkedIn con grande gentilezza. Mi rispose attribuendo la responsabilità al titolista, ma senza mai chiedere scusa. A chi subisce episodi simili dico di provare ad andare avanti, pur sapendo quanto possano fare male. E a chi scrive vorrei ricordare una cosa semplice: dall’altra parte della pagina c’è sempre una persona, con sentimenti, una famiglia e una vita. Bisognerebbe restare sempre umani. Senza rancore.» «Torna al tuo Paese»: bibliotecario agrigentino vittima di insulti razzisti in Abruzzo
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