“Il caso Tandoy” visto da Michele Guardì. Una commedia che aprirà la nuova stagione

Michele Guardì arriva puntuale all’appuntamento per la conferenza stampa che riguarda la presentazione della sua commedia “Il Caso Tandoy” e subito inizia con dovizia di particolari a raccontare il lavoro tradotto in un interessante spettacolo che aprirà la nuova stagione teatrale al Pirandello di Agrigento.

“Il Caso Tandoy” tra intrighi, delitti e passioni nella città di Agrigento degli anni ’60, scritto e diretto da Michele Guardì è una produzione di Francesco Bellomo Direttore Artistico del Pirandello, presente alla conferenza stampa assieme ai vertici della “Fondazione Teatro Pirandello” Alessandro Patti, Andrea Cìrino e Salvo Prestia e al sindaco Franco Miccichè. 

In prima fila Nino Bellomo che ha tagliato lo straordinario traguardo dei 100 anni da pochi giorni.  Saranno Gianluca Guidi, Giuseppe Manfridi e Veronica Maya i protagonisti principali della commedia in cartellone il 12 e il 13 novembre.  Intanto grazie proprio a Michele Guardì a breve Agrigento avrà una via intitolata all’artista Bertino Parisi. Un omaggio ad un uomo che, come Guardì ha ribadito ai nostri microfoni, ha dato lustro ad Agrigento per cui è giusto ricordarlo. Meno male che ci ha pensato lui “l’amico Guardì” è il caso di dire.

Eugenio Cairone  


La trama

Nell’atrio del Teatro Pirandello di Agrigento, questa mattina, 12 agosto, la presentazione dello spettacolo ‘Il caso Tandoy’, scritto e diretto da Michele Guardì, con Gianluca Guidi, Giuseppe Manfridi e la partecipazione di Veronica Maya. Una commedia civile che ripercorre uno degli errori giudiziari più clamorosi degli anni ’60, molto attesa, in programmazione il 12 e 13 novembre prossimi e che aprirà la stagione 2022-2023 del Teatro Pirandello. Alla presenza del Sindaco di Agrigento, Franco Miccichè, e del CdA della Fondazione, lo stesso Michele Guardì ha presentato lo spettacolo alla stampa, insieme al produttore Francesco Bellomo, direttore artistico del Teatro Pirandello, che ha voluto aprire la stagione con uno spettacolo che rievoca l’assassinio di un Commissario di Pubblica Sicurezza che ha prestato servizio alla Questura di Agrigento. Un omicidio di mafia, scambiato per delitto passionale. La prevendita della stagione teatrale sta andando a gonfie vele, anche grazie allo strumento dell’acquisto online. E’ possibile prendere visione del cartellone e di tutta la programmazione collegandosi sul sito ufficiale della Fondazione Teatro Pirandello. “Il caso Tandoy” si preannuncia come l’evento teatrale della stagione per l’attualità dei temi trattati e per l’originalità della struttura nella quale il racconto spazia a volte sorprendentemente dal dramma a momenti di inaspettata comica leggerezza. Lo commedia parte dalla intenzione di un Autore di mettere in scena uno degli errori giudiziari più clamorosi degli anni sessanta legato all’assassinio di un Commissario di Pubblica Sicurezza ucciso in pieno centro mentre, sottobraccio alla giovane e bellissima moglie stava per rientrare a casa. L’indomani sarebbero dovuti partire per Roma, dove il Commissario era stato trasferito per una promozione. Convinto che il delitto fosse volto a fermare quella partenza, il Procuratore incaricato delle indagini fa arrestare l’amante della donna, il primario dell’Ospedale Psichiatrico della città, appartenente ad una delle più famiglie più in vista dell’Isola e fratello di un potente uomo politico per anni Presidente della Regione. Questa prima fase della storia viene raccontata con il confronto-scontro tra i Protagonisti della storia e l’Autore costantemente in scena che teatralmente fa uscire. I personaggi, stanchi e scontrosi, dalle cronache dei giornali che ha conservato in mansarda, suo luogo preferito per i momenti di creatività. Sono giornali che, assecondando e qualche volta precedendo il Procuratore, si accaniscono sugli aspetti scandalistici della vicenda infittita da maldicenze a sfondo sessuale nella quale si arriva incredibilmente ad ipotizzare che dietro l’assassinio del Commissario possa addirittura esserci un rapporto di “tribadismo”, come lo definisce con sprezzante termine tecnico il Procuratore, tra la moglie del Commissario ed la moglie del Primario suo amante. Fissato sin dall’inizio sul delitto passionale, escludendo qualsiasi altra pista, senza una prova e appoggiandosi solo su improbabili indizi, il Procuratore tiene in carcere per mesi il Primario, due presunti esecutori materiali e persino la Vedova ad un certo punto accusata di avere concorso all’assassinio il marito e perciò di essere complice dell’ amante principale indiziato. La corte di Assise, chiamata a giudicare, due anni dopo farà giustizia assolvendo tutti “per non avere commesso il fatto”. Quando il giallo sembra chiuso senza un colpevole arriva il colpo di scena, Dai giornali usciti otto anni dopo il delitto, si affaccia un carrettiere malandato, che si presenta come l’esecutore del delitto. A scoprire la verità era stato un valente Magistrato, arrivato dalla Capitale per riaprire le indagini e che non aveva avuto riserve a rendere pubblici certi intrighi della vittima con la malavita della provincia. Il processo che sarà celebrato a Lecce per legittima suspicione si concluderà con dieci ergastoli. Tutti in galera? Nemmeno uno. Quando, a quindici anni dal delitto, la Cassazione confermerà la sentenza, i condannati saranno scomparsi. Chi perché fuggito in America, altri perché nascosti chissà dove, uno perché si era impiccato in carcere e due perché morti di cause naturali. Unico finito in galera l’esecutore materiale, che era stato condannato “solo” a trent’anni in quanto, essendosi prestato al delitto dietro compenso di una povera somma della quale aveva bisogno per sopravvivere, gli era stato riconosciuto lo stato di necessità. Quando, in chiusura della commedia, l’Autore lascerà raccontare ai protagonisti coinvolti nella prima fase delle indagini la propria incredibile verità, il Primario esprimerà il suo parere sul “caso” mostrando la lapide che aveva fatto affiggere all’ingresso del manicomio quando, dopo anni di ingiusta gogna, era stato reintegrato da innocente nel ruolo di direttore sanitario del manicomio: “QUI NON TUTTI CI SONO E NON TUTTI LO SONO”. Il sipario cala proprio su quella lapide!