Martone e il Teatro Napoletano

Se Sorrentino è tornato alla sua Napoli in “E’ STATA LA MANO DI DIO” quasi con un sentimento di debito e riconoscenza, Mario Martone non l’ha mai
trascurata e abbandonata: casualmente ma non troppo a legare le due (diversissime) pellicole italiane c’è un sempre immenso Toni Servillo che era presente e Venezia con un terzo significativo lavoro: ARIAFERMA di Leonardo Di Costanzo.

Dopo il recente “IL SINDACO DEL RIONE SANITA'” (2019, in concorso a Venezia) Martone si è ricandidato al Leone D’Oro quest’anno proseguendo la sua personalissima e ambiziosa immersione nel grande Teatro napoletano: il passaggio di testimone tra i due “Eduardo” (nel primo caso era De Filippo, nel secondo è Scarpetta) risulta evidente in “QUI RIDO IO” (frase che il protagonista della pellicola fece incidere sulla sua ricchissima villa al Vomero) e il lavoro sui personaggi da parte del Regista partenopeo è
esemplare. Napoli, belle époque, un pezzo di storia italiana e europea attraverso una figura contraddittoria, a volte spregevole. Eduardo Scarpetta è un genio della comicità mosso da ambizioni e da un esasperato senso di rivalsa che gli consentirà di affrancarsi dalle sue umili origini per divenire un uomo adorato dal pubblico soprattutto grazie al personaggio di Felice Sciosciammocca. Successo e ricchezza porteranno Scarpetta a creare attorno a sé una sorta di famiglia allargata dove il suo ruolo patriarcale “formerà” una stirpe di teatranti conosciuti e apprezzati in tutto il mondo: e prima di tutti i tre figli (mai riconosciuti) Titina, Eduardo e Peppino De Filippo. Una figura invadente e autoritaria, la sua, che ci piace vedere contrapposta a quella di Filumena Marturano che proprio il “figlio a me” Eduardo De Filippo  creerà facendola assurgere al ruolo di donna moderna e indipendente atta a sovvertire il ruolo genitoriale dentro la famiglia.

Il film è straordinario nella messa in scena: qualche inevitabile luogo comune (si veda l’iniziale sequenza della pizza dietro il palcoscenico, le paste, il sartù di riso) risulta assolutamente marginale rispetto ad alcuni potenti momenti di recitazione come l’episodio del tribunale, dove Scarpetta viene trascinato da D’Annunzio per plagio e lesione del diritto d’autore, scena nella quale l’accusato, quasi un Giordano Bruno della farsa, ribalta la situazione trasformando il processo in una esplosiva performance attoriale
metafora dell’eterna lotta tra teatro popolare e teatro “colto” (non svelo l’esito ma in molti abbiamo parteggiato contro il Vate anche perché, francamente, chi lo ha mai sopportato?).

Splendida la recitazione di Servillo e dei numerosi personaggi di contorno, ottimi i dialoghi assistiti dai sottotitoli che si rendono necessari per godere pienamente del film. Tante le scene madre e le frasi, in particolare una pronunciata in un breve dialogo tra i fratellini Eduardo e Peppino De Filippo: frase che mutuo, modificandola e adattandola, all’attuale periodo vissuto dal nostro pianeta: la libertà (anche) è qui, in sala … dinanzi al grande schermo.

Ad Agrigento presso la Multisala Ciak