Mafia, Di Gati, gli omicidi e quel pizzino: “Non toccare le persone a me vicine sennò scoppia il finimondo”

Non è la prima volta, come sta avvenendo attualmente che clan mafiosi o gruppi criminali potenti ma non riconducibili a Cosa nostra abbiano agito sull’asse Belgio – provincia di Agrigento.
Gli eclatanti e sanguinosi fatti tracciati lungo il percorso Favara –Belgio non è il primo caso.
Già in passato, sempre in Belgio sono stati compiuti omicidi aventi per vittime siciliani ed agrigentini nello specifico o sono stati organizzati fiorenti traffici di armi.
Sotto quest’ultimo profilo, sia Maurizio Di Gati, il boss di Racalmuto che Giuseppe Croce Benvenuto – capo della stidda di Palma di Montechiaro, hanno riempito pagine e pagine di verbali.

Quest’ultimo, in particolare, ha narrato di come venivano acquistate le armi in Belgio e portate in Sicilia per poi essere utilizzate nella cruenta guerra di mafia degli anni 90. Non a caso proprio nel periodo dello sterminio tra stiddari e mafiosi l’arma prediletta dai primi fosse un mitra leggero e micidiale di marca Uzi per numerose volte repertato dopo i gravi delitti avvenuti in terra agrigentina.
Di particolare interesse e rilievo le dichiarazioni di Maurizio Di Gati sugli omicidi compiuti in Belgio, dove sempre secondo Di Gati, esiste persino una famiglia mafiosa dipendente da Santa Elisabetta. Una “decina” pericolosa e attiva, come afferma l’ex barbiere di Racalmuto e che trova parziale conferma anche grazie all’inchiesta “Montagna” che proprio in Belgio ha scovato Daniele Fragapane, dell’omonima famiglia di Santa Elisabetta.