Le foto e l’amore per Girgenti nell’elegante volume “Gente mia”

L’agrigentino Gianfranco Jannuzzo, che tutti conoscono come attore teatrale, noto nel mondo del cinema e della televisione, da sempre coltiva anche la passione per la fotografia. Fin da giovane, infatti, si aggirava tra i vicoli del centro storico, fotografando quel mondo straordinario che era la vecchia Girgenti; dal Rabato a Santa Maria dei Greci passando per la Bibbirrìa. Poi, a tredici anni, il suo trasferimento con la famiglia a Roma e successivamente l’inizio della splendida carriera, grazie alla “scuola” di Gigi Proietti. Però l’amore per la sua Girgenti e per la fotografia, Jannuzzo non l’ha mai abbandonato, tanto che a distanza di decenni è tornato ed ha ripreso a fotografare gli stessi luoghi e le stesse persone di quarant’anni prima, facendo notare, con queste nuove immagini, come le cose, da queste parti, non siano poi molto cambiate. Oggi Gianfranco è riuscito a raccogliere una parte consistente delle sue numerosissime fotografie per farne un libro. Sono foto che raccontano la gente agrigentina, la sua gente, per l’appunto; foto che rappresentano un cammino di anni. Questo lungo lavoro è sfociato nell’elegante volume “Gente mia” edito da Medinova (190 pagine, 28 euro). Collaborato da un altro fotografo agrigentino, Angelo Pitrone, Gianfranco ha messo assieme un centinaio di immagini, tutte rigorosamente in bianco e nero e in nove capitoli ha spiegato la sua passione per la fotografia e l’amore verso la sua città. In copertina, c’è una sua foto, datata 1979, che immortala un momento di vita di una famiglia in Vicolo Arco di Spoto. Nelle pagine che precedono le fotografie, Gianfranco Jannuzzo, racconta e si racconta, facendo riaffiorare vecchi ricordi di quand’era bambino, negli atteggiamenti, nelle parole, nella cultura variegata di una città che ha visto passare greci, arabi, latini, normanni. Nella gente giurgintana, infatti, ci sono mille genti. Le foto dei bambini contenute nel libro, ad esempio, sono tante e tutte così emozionanti: sembra di sentire il loro vociare, l’energia del rincorrersi e la potenza dei sorrisi con cui essi affrontano la vita. Nelle fotografie Gianfranco è riuscito a riprodurre la semplicità della vita di Agrigento. Anche i luoghi parlano. In queste foto, raccontano mestieri e misteri, come le scale che salgono verso qualcosa o verso qualcuno. Questo libro è una sorta di viaggio che merita di essere vissuto; un viaggio tra la gente vera, alla scoperta delle loro parole e dei loro pensieri. 

Confessa l’editore, Antonio Liotta, che le foto di Jannuzzo  assumono i caratteri della liricità, della poesia, della testimonianza senza orpelli e sofisticazioni. “Mi hanno coinvolto in forma totale – dice – sino al punto di decidere, assieme ad Angelo Pitrone, di trasformare il lavoro di Gianfranco in un libro. Un libro che fa rivivere un periodo storico quasi anomalo di una Girgenti misteriosa, araba, maledettamente vera”.

“Le oltre cento immagini che compongono il volume – spiega il curatore Angelo Pitrone – sono state realizzate in due periodi di tempo molto lontani tra loro. Un primo corpus risale alla seconda metà degli Anni Settanta, lasciato maturare nei cassetti per oltre quarant’anni. Una seconda serie di immagini, è stata aggiunta tra il 2017 e il 2020. Ma entrambe hanno lo stesso cuore, la stessa passione; la nostra gente, la nostra città. Le foto che Gianfranco scatta in quei primi anni, sono immagini di bambini che scorrazzano per le strade e i cortili della città vecchia, a volte a torso nudo, sorridenti, ingenui, stupiti di essere l’oggetto di un giovane fotografo. Poi i vecchi che abitavano nei bassi del centro storico, seduti a prendere il fresco davanti la porta di casa. L’assenza di auto e motorini assordanti danno una dimensione straniante alla città. Le foto degli Anni 2017/2020 segnano invece un ritorno sui luoghi, circa quarant’anni dopo. Una lunghissima pausa fotografica, nella quale Jannuzzo ha percorso altre strade artistiche. Forse – conclude Pitrone – un destino, il suo, scritto nel suo Dna, lui figlio di queste pietre di tufo intriso della tragedia greca e della commedia pirandelliana!”. 

LORENZO ROSSO

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