Il procuratore generale ha chiesto la conferma della sentenza di primo grado per l’omicidio di Roberto Di Falco, il 38enne di Palma di Montechiaro, rimasto ucciso a conclusione di una sparatoria avvenuta nel piazzale di una rivendita di auto al Villaggio Mose’. In primo grado inflitti 14 anni e 4 mesi di reclusione a Calogero Zarbo, 42 anni e 13 anni e 3 mesi a Domenico Avanzato, 38 anni, entrambi di Palma di Montechiaro come la vittima, accusati di omicidio come reato non voluto e tentato omicidio in concorso. La prima sezione della corte di assise di appello di Palermo, presieduta da Sergio Gulotta, ha fissato per il 28 maggio le arringhe difensive.
Il fratello Angelo Di Falco, 40 anni è stato rinviato a giudizio e processato separatamente per omicidio per errore del fratello e del tentato omicidio in concorso del figlio del commerciante, contro cui avrebbe puntato una pistola che si sarebbe poi inceppata. La vicenda risale al 28 febbraio del 2024. Calogero Zarbo, nei mesi scorsi ha parzialmente collaborato con gli inquirenti facendo ritrovare la pistola semiautomatica ritenuta l’arma del delitto. Secondo il magistrato della Procura di Agrigento fu la conseguenza di un “omicidio per errore”.
La ricostruzione dell’episodio e’ particolarmente complessa ma Procura, Gip e Tribunale del Riesame sono d’accordo su un punto centrale: Roberto Di Falco e’ stato ucciso dopo che il commerciante di auto, che lo avrebbe truffato facendo degli acquisti con degli assegni scoperti, aveva reagito a un brutale pestaggio da parte dello stesso Di Falco, del fratello e di due amici che sarebbero partiti da Palma col proposito di pestarlo e, parrebbe, ucciderlo a colpi di pistola. Il rivenditore di auto, vittima del pestaggio, quando avrebbe visto spuntare la pistola, con una mossa fulminea l’avrebbe spostata deviando il colpe sull’addome di Roberto Di Falco.
Secondo la Procura di Agrigento ma anche per il gip Giuseppe Miceli, si sarebbe trattato di “omicidio per errore”. Il Tribunale del Riesame, pero’, ha riqualificato il reato diversamente sul piano giuridico. La spedizione punitiva finita male, in sostanza, si sarebbe conclusa con un omicidio da parte del commerciante che, pero’, non sarebbe punibile in quanto avrebbe agito per legittima difesa. La vittima designata si sarebbe salvata per l’inceppamento dell’arma.
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