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Home » Editoriali » La rabbia dei giovani e una politica che torna a dividersi

La rabbia dei giovani e una politica che torna a dividersi

20 Ottobre 2026
in Editoriali
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Milano, la rabbia dei giovani e una politica che torna a dividersi: il rischio è non capire cosa sta accadendo

Dalle tensioni di Parigi alle violenze nelle piazze italiane, il disagio giovanile rischia di diventare terreno di scontro politico. Condannare la violenza è necessario, ma non basta. Serve comprendere le ragioni di una protesta che potrebbe estendersi ad altre città europee.

La violenza non si giustifica. Mai. Ma condannarla senza interrogarsi sulle sue cause rischia di lasciare irrisolto il problema. È questo il punto che sembra sfuggire nel dibattito politico sulle tensioni di Milano e sulle manifestazioni che, da Parigi ad alcune città italiane, hanno acceso i riflettori su una generazione attraversata da rabbia, frustrazione e disagio.

Il centrodestra organizza un presidio a sostegno delle forze dell’ordine. Si discute dell’invio di altri 500 militari a Milano con funzioni di polizia e dell’ipotesi di introdurre forme di fermo preventivo per i minori. Misure e proposte che aprono interrogativi sulla sicurezza, sulle libertà individuali e sull’efficacia della risposta dello Stato.

Ma siamo sicuri che la questione possa essere affrontata soltanto come un problema di ordine pubblico?

Il rischio è che ogni episodio diventi l’ennesima occasione per dividere il Paese tra destra e sinistra, tra chi difende le forze dell’ordine e chi richiama le ragioni della protesta. Una contrapposizione che finisce per oscurare la domanda fondamentale: che cosa sta accadendo ai giovani europei?

Massimo Cacciari invita a non liquidare tutto con una condanna: «Finiamola di fare le anime belle, ci sono milioni di giovani esasperati. La protesta è fisiologica». Una posizione che non equivale a giustificare le aggressioni, ma richiama la necessità di comprendere ciò che la rabbia, anche quando assume forme inaccettabili, può rivelare.

Dall’altra parte c’è chi insiste sulla fermezza dello Stato, sulla tutela degli agenti e sulla necessità di impedire che le manifestazioni degenerino. Un’esigenza legittima, che tuttavia non esaurisce l’analisi del fenomeno.

E poi c’è un’altra contraddizione che merita attenzione: il tema dei minori stranieri, troppo spesso evocato secondo la convenienza del dibattito politico. La nazionalità diventa centrale quando serve a interpretare un episodio di violenza, mentre rischiano di passare in secondo piano le condizioni sociali, familiari ed educative in cui crescono tanti ragazzi, italiani e stranieri. Le responsabilità sono individuali, ma il disagio non ha passaporto.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato due principi che dovrebbero convivere: «Ogni violenza è inaccettabile», ma occorrono anche un’analisi intelligente e approfondita e una vigilanza capace di prevenire nuove violenze.

È proprio questa la distinzione che la politica dovrebbe saper fare. Comprendere non significa assolvere. Difendere le forze dell’ordine non significa rinunciare a interrogarsi sulle cause del disagio. E riconoscere il diritto alla protesta non significa tollerare la violenza.

Se quanto accade a Milano viene letto esclusivamente attraverso le appartenenze politiche, si rischia di perdere di vista un fenomeno che supera i confini nazionali. Le tensioni emerse in diverse città europee non sono necessariamente identiche, ma impongono domande comuni sul rapporto tra giovani, istituzioni, opportunità e futuro.

Il pericolo non è soltanto che nuovi focolai di violenza si accendano in Europa. È che la politica, impegnata a stabilire chi abbia ragione e chi torto, arrivi troppo tardi a comprenderne le cause.

Perché una democrazia deve certamente saper garantire la sicurezza. Ma deve anche avere la capacità di ascoltare, prevenire e distinguere. Prima che la rabbia diventi una frattura ancora più profonda.

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