Il “Caso Crosta” tra i documenti di Zingarello, i no della Soprintendenza e la bufera in Giunta
Quella di Zingarello sta diventando, sempre di più, una “casa di carta”. Non perché sia fragile l’immobile, ma perché ormai tutto ruota attorno alle carte: la domanda di sanatoria del 1985, i documenti mancanti, il diniego della Soprintendenza, gli atti firmati da Giovanni Crosta e quelli che adesso dovrà adottare il Comune di Agrigento.
Ed è proprio dalle carte che bisogna partire, perché sono gli atti — e non le ricostruzioni politiche — a poter stabilire che cosa sia sanabile, quali eventuali opere siano state realizzate successivamente e quale ruolo abbia avuto Crosta nei procedimenti amministrativi che riguardano un immobile di cui è comproprietario. È qui che emerge il secondo grande tema della vicenda: il possibile conflitto d’interessi e l’obbligo di astensione. Ed è un nodo che, almeno in questa fase, potrebbe essere persino più rilevante dell’ipotesi di un ricorso al TAR.
Adesso c’è anche il diniego della Soprintendenza
È arrivata la novità più pesante sul piano amministrativo: il diniego della Soprintendenza alla sanatoria dell’immobile di Zingarello. La motivazione sarebbe legata alla carenza della documentazione necessaria.
Ma qui bisogna essere rigorosi: non si può dire che la Soprintendenza abbia definitivamente stabilito che l’intero immobile sia insanabile né, tantomeno, che ne abbia disposto la demolizione. Bisogna sapere esattamente quali documenti mancavano e quali effetti produce il diniego sul procedimento comunale.
Il punto del TAR: una precisazione necessaria
Se Giovanni Crosta dovesse impugnare davanti al TAR il diniego della Soprintendenza sulla sanatoria dell’immobile di contrada Zingarello, il ricorso sarebbe, in linea generale, contro l’amministrazione che ha adottato quel provvedimento. Non si trasformerebbe automaticamente in una lite tra Crosta e il Comune di Agrigento.
L’articolo 63, comma 1, n. 4 del Testo unico degli enti locali disciplina infatti l’incompatibilità per lite pendente con il Comune o la Provincia di riferimento. Il Ministero dell’Interno ha chiarito che non basta l’esistenza di un procedimento nel quale siano genericamente coinvolti l’eletto e un’amministrazione: occorre una concreta contrapposizione processuale, una reale controversia tra le parti.
C’è anche un precedente ministeriale particolarmente significativo: nel 2004 il Ministero esaminò proprio il caso di un assessore esterno e vicesindaco che aveva presentato un ricorso al TAR contro il proprio Comune. Il principio è dunque applicabile anche alla figura del vicesindaco.
La conseguenza, per il caso Crosta, è chiara: se Crosta ricorresse soltanto contro la Soprintendenza, questo non determinerebbe automaticamente una sua incompatibilità con la carica di vicesindaco per lite pendente con il Comune.
Il quadro potrebbe cambiare se, successivamente, fosse il Comune di Agrigento ad adottare un proprio provvedimento sulla sanatoria — per esempio un diniego definitivo — e Crosta impugnasse quell’atto davanti al TAR. A quel punto sì, avremmo un vero rapporto processuale Crosta-Comune.
Il nodo vero è un altro: l’astensione
La questione del TAR rischia però di essere secondaria. C’è infatti un problema più immediato: Crosta può partecipare a decisioni amministrative che riguardano direttamente un proprio interesse patrimoniale?
È una questione diversa dall’incompatibilità per lite pendente. Un conto è poter ricoprire la carica, un altro è dover astenersi da specifici procedimenti o decisioni che riguardano un proprio bene.
Ed è qui che gli atti diventano decisivi. Crosta è comproprietario dell’immobile di Zingarello, è vicesindaco e assessore e, secondo quanto da lui stesso dichiarato, sulla casa pende dal 1985 una domanda di sanatoria. Il Comune sta oggi verificando proprio la situazione urbanistica dell’immobile.
Bisognerà quindi capire quali atti abbia firmato Crosta, quali competenze abbia esercitato e se abbia avuto un ruolo, diretto o indiretto, nei procedimenti riguardanti la sua proprietà. Non è un’accusa. È il punto che deve essere chiarito.
La coincidenza del 4 settembre
C’è poi un elemento che merita attenzione. Crosta ha dichiarato di avere firmato un atto di indirizzo per chiedere agli uffici di accelerare l’esame delle domande di sanatoria ancora pendenti, alcune ferme da decenni. La circostanza è politicamente rilevante perché la sua stessa pratica risalirebbe al 1985.
Questo non dimostra, da solo, alcun favoritismo. Ma pone domande precise: la pratica di Crosta è stata inserita tra quelle da esaminare? Quando è stata trattata? Chi l’ha seguita? E Crosta ha partecipato a passaggi nei quali esisteva un suo interesse personale? Le risposte sono negli atti. Ed è lì che bisogna andare.
La casa: dall’abuso originario alle eventuali opere successive
Crosta sostiene di avere ereditato la casa dal padre e di non essere responsabile dell’abuso originario. Ma oggi la questione non riguarda soltanto ciò che sarebbe stato realizzato in passato.
Il Comune ha annunciato verifiche sulla presunta attività edilizia recente sull’immobile. Occorre quindi distinguere tre piani: l’eventuale abuso originario attribuito al padre, la vecchia domanda di sanatoria e le eventuali opere successive. Sono queste ultime, in particolare, a dover essere accertate autonomamente: quando sono state realizzate, che cosa hanno riguardato e con quali autorizzazioni.
I 150 metri dal mare
C’è poi il tema della distanza dalla battigia e dei vincoli paesaggistici. Sono state pubblicate ricostruzioni che indicano una distanza di circa 96 metri. Se il dato fosse confermato tecnicamente, sarebbe rilevante. Ma una misurazione giornalistica non può sostituire quella degli uffici.
Servono quindi cartografia, planimetrie, fascicolo edilizio, vincoli applicabili e provvedimento della Soprintendenza.
La vicenda è ormai anche una crisi politica
Sul piano amministrativo bisogna ancora attendere gli accertamenti. Su quello politico, invece, la frattura è già esplosa. Il movimento Controcorrente ha chiesto a Crosta di dimettersi. La Vardera ha poi annunciato la sua espulsione dal movimento. Il sindaco Michele Sodano ha scelto invece di confermarlo come vicesindaco.
Il 9 settembre, però, gli ha revocato la delega alla Polizia municipale, affidandola temporaneamente all’assessore Dario Cipolla, spiegando che il Comune ha avviato i controlli sull’immobile e che la decisione è stata condivisa dallo stesso Crosta.
È una scelta politicamente significativa: Sodano non ha rinunciato al suo numero due, ma gli ha tolto una delega particolarmente delicata mentre sono in corso verifiche sulla sua proprietà.
Il vero scontro è Sodano-La Vardera
A questo punto Crosta rischia di essere il detonatore di una partita più grande. Da una parte La Vardera, che considera politicamente incompatibile la permanenza del vicesindaco. Dall’altra Sodano, che difende la propria scelta e rivendica il diritto di decidere sulla Giunta. La frattura è ormai evidente.
La vicenda Crosta ha aperto una crepa dentro il progetto politico che sostiene l’amministrazione di Agrigento. E il peso della scelta è tutto sulle spalle del sindaco: Crosta non è un semplice consigliere di maggioranza, ma il vicesindaco.
Ora parlano gli atti
Il caso Crosta non può essere ridotto alla domanda: «deve dimettersi oppure no?» Prima bisogna capire che cosa dicono davvero gli atti.
Se la casa è sanabile, dovrà emergere dalla procedura. Se non lo è, arriveranno le conseguenze previste dalla legge. Se sono stati effettuati lavori senza titolo, dovranno essere accertati. E se Crosta ha partecipato a decisioni riguardanti direttamente un proprio interesse personale, bisognerà verificare se avrebbe dovuto astenersi.
Quanto alla lite pendente, resta ferma la distinzione fondamentale: un eventuale ricorso contro la Soprintendenza non equivale automaticamente a una lite con il Comune. Il quadro cambierebbe se Crosta impugnasse un provvedimento adottato direttamente dal Comune di Agrigento.
Per ora, dunque, non c’è una decadenza automatica legata a un eventuale ricorso contro la Soprintendenza. C’è però una vicenda amministrativa arrivata a un passaggio decisivo e una crisi politica che è già esplosa.
La Soprintendenza ha detto no alla sanatoria, secondo quanto finora emerso. Il Comune sta verificando i lavori. Sodano ha confermato Crosta, mentre La Vardera lo ha espulso dal movimento.
Adesso toccherà agli atti stabilire quanto è grave la questione dell’immobile e toccherà a Sodano spiegare perché ritiene ancora opportuno che Crosta resti al suo fianco.
Perché il caso, ormai, non riguarda più soltanto una casa a Zingarello. È diventato un caso politico e amministrativo che mette alla prova l’intera amministrazione di Agrigento.
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