C’è una sensazione che ritorna, puntuale, ogni volta che si entra nel vivo di una campagna elettorale ad Agrigento: quella di assistere a un copione già visto. Da vent’anni, forse più, gli argomenti sono sempre gli stessi. Strade dissestate, efficientamento del Comune, carenza di personale, ricerca di risorse, caccia ai finanziamenti. E poi, immancabile, la retorica sull’abbassamento delle indennità di sindaco e assessori.
Discorsi vecchi. Stanchi. Che non scaldano più nessuno.
Perché, diciamolo chiaramente: a nessuno interessa davvero quanto guadagna un sindaco, se quel sindaco lavora bene, se è autorevole, se rappresenta la città con credibilità. Il problema non è l’indennità. Il problema è la qualità della politica.
E anche sul tema dei finanziamenti si continua a fare confusione. Tutto si può dire, tranne che l’ultima amministrazione non sia stata capace di intercettarli. I soldi sono arrivati. Il punto vero, però, è un altro: come vengono spesi e cosa producono per la città. È lì che si misura la capacità amministrativa. È lì che si gioca la credibilità. Perché intercettare fondi è solo il primo passo, ma se poi gli interventi non incidono, non migliorano la qualità della vita o diventano casi emblematici – come Villa del Sole – allora il problema non è la quantità delle risorse, ma la visione con cui vengono utilizzate.
E invece si continua a girare attorno alle stesse parole, agli stessi slogan, evitando accuratamente i nodi veri.
Uno su tutti: il rigassificatore di Porto Empedocle. Tema che ciclicamente torna a dominare il dibattito e che, anche stavolta, vede i candidati schierarsi compatti sul “no”. Un copione prevedibile. Quasi obbligato. Peccato non ci sia tra i candidati Lillo Firetto: sarebbe stato interessante capire oggi quale posizione avrebbe assunto.
Ma il punto è un altro. Questo “no” sistematico racconta molto di più dello stato delle cose. È il riflesso di una cultura politica che negli anni ha scelto la strada più semplice: dire sempre no. No al nucleare, no al rigassificatore, no al ponte, no all’alta velocità, no ai termovalorizzatori, no ai dissalatori. No a tutto.
Un “no” cronico, spesso demagogico, che alla lunga ha stancato.
Nel frattempo, però, continuiamo a sentirci dire che “dobbiamo vivere delle nostre bellezze”. Una frase ripetuta da oltre vent’anni, mentre il mondo cambia, mentre le emergenze energetiche diventano reali, mentre – paradossalmente – rischiamo di tornare indietro, a soluzioni che pensavamo superate. Altro che sviluppo.
Quello che manca è il coraggio. Il coraggio di dire le cose come stanno. Di assumersi responsabilità. Di spiegare ai cittadini non solo cosa si vuole fare, ma anche cosa non si può evitare.
E allora forse le domande dovrebbero cambiare.
Che città ci aspetta nei prossimi cinque anni? Quali scelte vere, concrete, anche scomode, si intendono prendere?
E subito dopo: chi organizzerà la prossima Sagra del Mandorlo in Fiore? Con quali risorse? Con quale visione? Dopo un’edizione in cui sono stati spesi quasi ottocentomila euro, è legittimo chiedersi che fine farà uno degli eventi simbolo della città, attorno al quale ruotano fior di interessi.
La misura di una classe dirigente sta anche qui. Nelle risposte che dà. O che evita di dare.
Chissà se, prima del voto, qualcuno avrà il coraggio di dircelo davvero.
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