“Io non sono pericoloso, io sono in pericolo”

Antonella Pensato giovane agrigentina precisamente di Casteltermini, lo scorso 13 dicembre 2018 presso la facoltà di infermieristica di Foligno è stata proclamata dottoressa in infermieristica.

Ma ciò che più ha colpito docenti e amici accorsi a Foligno è stato il tema scelto da Antonella.

Un tema forte, un tema attuale e di rilievo soprattutto nella nostra amata Sicilia.

Il tema infatti era sugli sbarchi dei migranti sulla nostra terra, soprattutto dei bambini e il passaggio ai centri di accoglienza.

Il titolo della tesi era:

“Io non sono pericoloso, io sono in pericolo”

Il bambino migrante dallo sbarco al centro di accoglienza.

Abbiamo avuto la fortuna di incontrare ed ascoltare Antonella che con un pizzico di emozione e felicità ci ha raccontato la tesi, il motivo di aver scelto questo tema “abbastanza forte” e l’emozione che ha provato il giorno della laurea:

 

“Il perché diciamo è una scelta di cuore nonostante l’esigenza di proseguire gli studi fuori dalla mia amata terra Sicilia, il cuore è rimasto là ed ho deciso di incentrare la mia tesi su un argomento attuale e di rilievo: i migranti, soprattutto i minori.

Nessun bambino dovrebbe essere costretto a lasciare la propria casa, la propria famiglia e i propri affetti per scappare dalla povertà e dalle guerre.

Ai bambini migranti ho deciso di dedicare questo mio lavoro di ricerca dopo aver vissuto in prima persona cosa significa accoglierli dopo un viaggio pericoloso e a volte lunghissimo, cosa significa guardarli negli occhi e offrire loro la speranza, riuscire ad entrare in contatto con loro con piccoli gesti che valgono più delle parole e infondere loro un po’ di fiducia, farli sentire al sicuro.

I bambini migranti, in particolare se non accompagnati, sono soggetti estremamente fragili e vulnerabili perché privi di punti di riferimento: non hanno al loro fianco nessun familiare – al massimo un fratello anch’esso minorenne-, non hanno chi possa difenderli in caso di pericolo o parli per loro in caso di domande. Sono costretti a contare solo su sé stessi, ad immaginare e a costruire una nuova vita in un luogo di cui non conoscono nulla, neppure la lingua. E con sé portano un bagaglio di esperienze già pesante, a volte troppo pesante per le loro piccole vite.

 – continua Antonella – E proprio in queste situazioni la figura dell’infermiere è spesso il punto di partenza, per stabilire un contatto con il piccolo paziente, l’adulto di riferimento (se presente) e le istituzioni sanitarie, rivestendo un ruolo fondamentale nel processo di assistenza al bambino migrante e un primo ponte per la sua integrazione sociale.

Rapportarsi con altre persone di diversa cultura e provenienza, rappresenta per gli infermieri una sfida impegnativa, perché sono chiamati a ridefinire i concetti di salute e malattia, ad uscire da schemi fissi e preconcetti. È in queste circostanze che sono richieste all’infermiere non solo competenze strettamente assistenziali, ma relazionali e comunicative, competenze che permettano al professionista di mettersi in discussione per approcciare al paziente in modo globale, riuscendo a stabilire un’efficace relazione di cura.

Papa Francesco, a tal proposito, affronta molto spesso il tema della migrazione ricordando che:

“La speranza è la spinta nel cuore di chi parte lasciando la casa, la terra, a volte i familiari e parenti, per cercare una vita migliore per sé e per i propri cari. Ed è anche la spinta nel cuore di chi accoglie: il desiderio di incontrarsi, di conoscersi, di dialogare”.

A partire da queste parole e dall’amore incondizionato che ho sempre avuto verso i bambini, ho deciso di analizzare i processi di immigrazione e integrazione all’interno delle dinamiche sociali contemporanee e come la figura dell’infermiere spesso rappresenti il primo aggancio sociale con il bambino migrante.

– conclude la dottoressa Pensato – Al termine della mia esposizione vedere tutta la commissione, la mia famiglia ed i miei amici commossi, mi ha resa soddisfatta, perché il mio intendo non era solo di esporre, bensì di riuscire a trasmettere l’importanza dell’elaborato e la necessità di costruire un ambiente di confronto, di scambio e di collaborazione tra le tante diversità che si incontrano nella comunità globale.”