«So che chi è stato condannato per mafia per lo Stato italiano sarà sempre un mafioso. Ed è il paradosso che vivo. Tuttavia nel mio animo e nella mia coscienza avevo fatto tesoro della carcerazione per mafia patita ed avevo deciso di non partecipare così come non ho partecipato a nessun delitto promanante dalla associazione. Ho 4 figlie minori di età, belle come il sole. Per l’amore che nutro per loro ed anche per l’esempio che desidero comunicare ho voluto allontanarmi da un contesto che non è più attuale. Non mi appartiene più». Fabrizio Messina, indicato dalla Procura come capo della famiglia mafiosa di Porto Empedocle, ha reso dichiarazioni spontanee davanti al gup del tribunale di Palermo, Lorenzo Chiaramonte, nel processo che vede imputati i presunti appartenenti ai clan mafiosi di Villaseta e Porto Empedocle, e ha chiesto di accedere alla giustizia riparativa.
Il pubblico ministero Claudio Camilleri ha chiesto per lui, già condannato altre due volte per mafia, 20 anni di reclusione. Fabrizio Messina è fratello di Gerlandino e Salvatore, entrambi all’ergastolo per mafia. «Avevo 10 anni quando ho assistito mio malgrado alla morte di mio padre. Quella esperienza mi ha segnato la vita». Il boss ha contestato le accuse: «Confesso di avere comprato e rivenduto singole dosi di cocaina ma non in un contesto associativo dal quale sono estraneo ma come singolo. La Procura non mi contesta nessuna estorsione, nessuna intimidazione, nessun delitto tipico della associazione mafiosa. E d’altronde non posso rivestire il ruolo di capo di una associazione senza associati. La famiglia mafiosa di Porto Empedocle è stata decimata dagli arresti, con il processo Akragas, definitivo nel 2000, e i pentimenti di Salemi, Falzone e Albanese è stata smantellata dagli ergastoli. Di chi sarei stato capo?». Il suo legale ha chiesto l’assoluzione.
Il pubblico ministero ha chiesto 23 condanne nel processo, con il rito abbreviato, scaturito dalla maxi operazione dei carabinieri del Comando provinciale di Agrigento, guidati dal colonnello Nicola De Tullio e dal suo vice il tenente colonnello Vincenzo Bulla, scattata in due fasi, fra dicembre e gennaio scorsi, sulle famiglie mafiose di Agrigento/Villaseta e Porto Empedocle. Alcuni giorni dopo il primo blitz, i carabinieri sono riusciti a sequestrate una parte del denaro della cosca di Villaseta ma soprattutto un pericoloso arsenale: pistole, una granata e un fucile mitragliatrice. Contestati i reati di associazione a delinquere di tipo mafioso, traffico di droga, rapine, danneggiamenti ed estorsioni.
Queste le richieste formulate dall’accusa: 20 anni di reclusione ciascuno sono stati chiesti per Pietro Capraro, ritenuto a capo del clan di Villaseta; Fabrizio Messina, fratello del boss Gerlandino, indicato come capo della cosca di Porto Empedocle; Gaetano Licata e Vincenzo Parla.
Le altre richieste di condanna: Alfonso Lauricella di Favara, 12 anni; Fabrizio Messina Denaro, 10 anni e 8 mesi; Cosimo Ferro, 10 anni e 8 mesi; Francesco Firenze, 10 anni e 8 mesi; Domenico Blando di Favara, 8 anni; Samuel Pio Donzì, 6 anni e 2 mesi; Carmelo Fallea di Favara, 6 anni e 8 mesi; Giuseppe Focarino, 8 anni; Roberto Parla, 5 mesi; Calogero Prinzivalli, 3 anni; Rocco Grillo, 9 anni e 8 mesi; Giuseppe Pasqualino, 9 anni, 8 mesi; Mirko Salvatore Rapisarda, 8 anni e 4 mesi; James Burgio, 4 anni; Gioacchino Giorgio, 5 anni e 4 mesi; Giuseppe Piscopo, 7 anni; Antonio Puma, 6 anni e 8 mesi; Stefano Rinallo, 5 anni e 4 mesi; Antonio Salinitro, 4 anni; Rosario Smorta, 7 anni, 2 mesi e 20 giorni; Salvatore Prestia, 5 anni e 4 mesi e Alessandro Mandracchia, 7 anni e 4 mesi, quest’ultimo ritenuto l’armiere del clan di Villaseta, la cui posizione in un primo momento era stata separata dalle altre.
L’inchiesta, coordinata dai pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Palermo Claudio Camilleri, Giorgia Righi e Luisa Bettiol, ha ricostruito i nuovi assetti delle cosche agrigentine, individuando in Fabrizio Messina e Pietro Capraro i presunti reggenti dei clan di Porto Empedocle e Villaseta. L’indagine ha sgominato anche un vasto traffico di cocaina e posto fine a una vera e propria guerra che le cosche avevano intrapreso fra loro con attentati e intimidazioni per garantirsi il controllo dello spaccio.
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