Gianfranco Jannuzzo: fotografare la mia gente è uno spettacolo in movimento

Scrive Gianfranco Jannuzzo in apertura del suo libro fotografico “Gente mia”: “Cerco da sempre un rapporto con la gente. La mia gente è diretta, immediata, sincera, leale. Mi regala la sua allegria, la sua tristezza, le gioie e le preoccupazioni, le illusioni, le speranze, mi dedica il suo tempo. La vita di ogni giorno è affascinante. Mi piace parlare con le persone, mi arricchisce, mi gratifica. Fotografarle, poi, è come assistere ad uno spettacolo in continuo movimento: irresistibile!”. 

Le persone di cui parla il conosciuto e amato attore agrigentino, sono tra quelle che lui ha fotografato in quarant’anni nella sua città.

“L’estate del 1979 – ricorda Gianfranco Jannuzzo – segna per me una linea di demarcazione. Le mie due grandi passioni: Il teatro e la fotografia si intrecciano, si intersecano. Finiranno per fondersi. In quell’estate ho visitato i luoghi dell’infanzia dei miei genitori con il preciso intento di fotografarli per immaginare la vita che facevano da bambini. Dove giocavano, che strade percorrevano per andare a scuola. Due quartieri molto diversi tra loro ma affascinanti allo stesso modo. Uno, quello di mio padre, nella parte alta della città: Santa Maria dei Greci. L’altro, quello di mia madre, al centro esatto del Viale della Vittoria, l’Emiciclo Cavour. Il “Granata”, la scuola che mio padre bambino doveva raggiungere dalla Cattedrale, scendendo le ripide viuzze e i mille gradini, fu il mio asilo mentre quella che frequentò mamma, la “Lauricella”, fu anche la mia scuola elementare. Dopo le scuole medie mamma si iscrisse all’Istituto Magistrale “Politi” nella classe del … professor Giuseppe Jannuzzo, suo marito e grazie a lei, mio padre. In quei mesi – ricorda Gianfranco Jannuzzo – comincio quindi a fotografare tutto quello che mi incuriosisce: strade, viali, vicoli, scalinate, cortili, piazze, ma comprendo che mi interessano di più le persone, i passanti, gli abitanti, la mia gente. Poi passano gli anni, anzi i decenni. In epoca di social pubblico una decina di quelle vecchie foto. Qualcuno si riconosce. Altri mi segnalano il nome di quello zio con la coppola, altri correggono l’intestazione di una via, mi raccontano che quella tal scalinata non esiste più. Si scatena quindi una simpaticissima e fruttuosa gara per riconoscere questo o quel soggetto ritratto in quegli scatti. C’è chi chiede ai più anziani, altri ad amici di quel quartiere. Mi invitano a pubblicare altre foto. Poi un carissimo amico vede le fotografie e mi propone di fare un censimento dei cortili della città. Racconto di quella mia convinzione, cioè che il cortile sia un diaframma tra la dimensione pubblica e quella privata. Insomma, l’ultimo baluardo possibile. Così scopriamo, oltre all’intrinseca bellezza architettonica degli antichi quartieri del centro storico, una umanità straordinaria fatta di ospitalità, accoglienza, cordialità, generosità, ma anche di passione, culto dell’amicizia, senso di appartenenza, orgoglio cittadino, grande amore per la propria città”.

“Ci hanno aperto le loro case tanti nuovi amici – prosegue – entusiasti del nostro progetto e felici di poterci offrire un caffè. Certo non ci sono più gli artigiani, le botteghe e i negozietti di una volta ma i cortili, i vicoli, le stradine che si inerpicano per Santa Maria dei Greci, Santa Croce, Bibirria, il Ràbbato, “U monti”, Strata longa, San Michele, San Girolamo, piazza Ravanusella sono vivissimi e affascinanti come allora. Trovo straordinario – conclude Gianfranco Jannuzzo – che l’atteggiamento di chi ci vive sia rimasto identico”. 

LORENZO ROSSO

Leggi anche: Le foto e l’amore per Girgenti nell’elegante volume “Gente mia”