Donne in fuga dalla guerra si raccontano

Vivono al piano superiore di una chiesa, ognuna con i propri figli e con un bagaglio di problemi non indifferenti da risolvere. Sono in tutto una decina di persone, mamme, mogli, sorelle e figlie ucraine,in fuga dalla guerra. Hanno trovato ospitalità presso il monastero dei frati di San Francesco al belvedere diFavara. Ognuna ha una propria storia da raccontare, tutte con la speranza, un giorno, quando tornerà la pace, di potere rientrare nel proprio Paese. Per adesso fanno comunità nelle celle del convento;fraternizzano tra loro, si scambiano le notizie sulla guerra che sembra non dovere finire mai e la sera cucinano insieme, i loro piatti tipici. Fa troppo caldo per il borsh (zuppa di barbabietole con la carne) e quindi ripiegano sulle insalate di verdura, le tipiche torte Mimosa, e sulla cucina povera. Vengono da Kharkiv, da Irpin, da Odessa, che sono le città più martoriate. In tutte loro, si legge negli occhi la riconoscenza per l’accoglienza e la generosità con la quale sono state accolte nell’agrigentino. Nella vita facevano le operaie, le casalinghe ma c’è anche un’insegnante, una direttrice d’asilo e una giornalista.

Racconta, con le lacrime agli occhi, Ludmilla, 54 anni,rifugiata con tre figli (di cui il più piccolo disabile e con un tumore al cervello è in attesa di un intervento chirurgico per la rimozione della massa). “Vengo da Irpin – dice – e prima che venisse distrutta, lavoravo come operaia nella fabbrica del vetro. Mio marito è rimasto ferito ad una gamba da una raffica, sparata da un militare. Ero su quel pontebombardato, diventato tristemente famoso, in attesa di attraversarlo. Nonostante il corridoio umanitario aperto,per permetterci di lasciare la città, ci hanno sparato dall’altoe abbiamo cercato riparo, di sotto. Ho visto morire tante persone”.

Poi apre il telefonino e con l’aiuto di Anastasia, la nostra interprete, mostra alcune immagini di distruzione spiegando che loro sono vivi grazie ad un’autovettura, con la quale si sono fatti scudo.

Alona invece è una giornalista professionista di 33 anni. Viveva a Nikolaev nei pressi di Odessa e lavorava per la televisione regionale “Tisteve tv”. Racconta che: “il 24 febbraio, alle sei del mattino,sono stata svegliata da un collega della televisione, che mi avvertiva che era caduto un missile vicino al porto”. Da quel momento, Alona spiega di aver compreso come fosse fondamentale, innanzitutto mettere al sicuro i figli, portarli via, lontano dalla guerra.

Di quei giorni terribili, di quella fuga e di quelle devastazioni, ha raccolto tutto in un diario, un memoir che conta di riuscire a far tradurre in italiano e poi di pubblicarlo. Sembra che il sindaco di Favara gli abbia garantito il suo appoggio per la pubblicazione.

Clarissa Yandiuk, 48 anni, invece era una docente presso l’Università politecnica di Kharkiv. Viveva vicino ad un poligono perché il suo compagno è un militare.

Quando è scoppiata la guerra ha preso con sé la figlia ventenne ed è fuggita verso il confine. Adesso a Favara sta imparando l’italiano e cerca lavoro, magari come estetista,pur di riuscire a sopravvivere.

Prima avevo una vita normale – dice – avevo tutto. Adessonon ho più niente. Mia figlia ogni giorno mi chiede: “Quando torniamo a casa?”.

Per i rifugiati, il grande scoglio è la lingua. Sconoscendo l’italiano hanno serie difficoltà a farsi comprendere dalla gente del posto. Per questo motivo i loro bambini sono stati iscritti nella scuola pubblica per seguire il corso di alfabetizzazione e ogni mattina Florinda Saieva, colei che con la figlia ha promosso l’azione umanitaria (56 profughi ucraini prelevati al confine e fatti arrivare in sicurezza fin nell’agrigentino) sale al monastero, con la sua autovettura, per accompagnare a lezione i più piccoli. Ora che la scuola è finita, i bambini ucraini forse potranno contare anche su una colonia comunale estiva al mare.

Oltre all’interessamento dei frati e del Comune, la piccola comunità ucraina che vive a Favara avrebbe anche un altro desiderio da esaudire: quello di poter interloquire e relazionarsi maggiormente con la gente del posto. Perché,dopo la guerra e la fuga, ora èla solitudine quella che fa piùpaura!  

LORENZO ROSSO