Agrigento, dopo il nubifragio non basta parlare di caditoie
Allagamenti ad Agrigento, Riccobene: «Reti insufficienti, più verde e meno cemento»
Il Mediterraneo è uno degli hotspot mondiali del cambiamento climatico e si sta riscaldando a un ritmo superiore di circa il 20 per cento rispetto alla media globale. Un cambiamento che espone il territorio a fenomeni meteorologici sempre più intensi e pone un problema di adeguamento delle infrastrutture e dei sistemi di drenaggio urbano.
Quando in appena due ore cadono 155 millimetri di pioggia, come accaduto ad Agrigento, ci si trova davanti a un evento di eccezionale intensità. Ed è proprio da questo dato che può partire una riflessione che vada oltre quanto accaduto nelle singole strade della città.
Agrigento rischia infatti di pagare la distanza crescente tra la nuova realtà climatica e la capacità delle infrastrutture urbane di adattarsi a fenomeni meteorologici di questa portata.
Dopo ogni allagamento il dibattito finisce inevitabilmente sui tombini ostruiti e sulle caditoie pulite o meno. La manutenzione resta fondamentale e va verificata, ma fermarsi alle caditoie rischia di essere riduttivo.
La domanda da porsi è un’altra: il sistema di drenaggio urbano di Agrigento è ancora adeguato alla quantità d’acqua che eventi meteorologici di questa intensità possono scaricare sulla città in pochissimo tempo?
È su questo terreno che potrebbe spostarsi adesso il confronto.
Le infrastrutture idrauliche vengono dimensionate sulla base di dati pluviometrici e della probabilità che determinati eventi si verifichino in un certo arco temporale. Il cambiamento climatico rende però necessario verificare se i parametri utilizzati in passato siano ancora adeguati alle condizioni attuali.
Non si tratta quindi soltanto di pulire ciò che esiste, ma di capire se ciò che esiste sia ancora sufficiente.
Servono manutenzione, certamente, ma anche studi aggiornati, pianificazione, competenze tecniche e investimenti sul sistema di drenaggio urbano. Continuare ad affrontare il problema soltanto dopo gli allagamenti significa rischiare di inseguire le emergenze anziché prevenirle.
L’intervento di Riccobene
Sul tema è intervenuto anche l’assessore comunale Giuseppe Riccobene, che allarga il ragionamento oltre la manutenzione delle caditoie e richiama problemi legati alla rete delle acque bianche, alla cementificazione e al consumo di suolo.
«Il Comune di Agrigento e tutte le altre istituzioni pubbliche preposte dovranno farsi carico di queste persone, delle loro abitazioni, di un intero territorio in cui non si è pensato alle conseguenze della cementificazione selvaggia», afferma Riccobene.
L’assessore indica quindi una serie di criticità: «Reti di acque bianche ostruite, insufficienti, inesistenti, muri e abitazioni dove non dovrebbero esserci, piani di assetto idrogeologico del tutto ignorati, con il risultato che tutti vediamo».
Per Riccobene occorre dunque cambiare approccio: «Occorre intervenire, guardando alle migliori esperienze tecniche e scientifiche, ma soprattutto bisogna invertire, da subito, il trend sul consumo di suolo e sulla cura dei terreni liberi».
La conclusione dell’assessore sintetizza la direzione indicata: «Più verde, meno cemento, infrastrutture funzionali. Ci dobbiamo provare!»
Le sue parole riportano quindi la questione al nodo strutturale. La pulizia delle caditoie rimane necessaria, ma il nubifragio ripropone una domanda più ampia: Agrigento dispone oggi di infrastrutture adeguate a fronteggiare fenomeni meteorologici di questa intensità?
È una domanda alla quale non può rispondere una polemica politica né una fotografia di una caditoia. Servono dati, verifiche tecniche e programmazione. Perché il vero tema, dopo l’emergenza, è capire che cosa debba essere fatto oggi per evitare che al prossimo nubifragio la città si ritrovi davanti agli stessi problemi. Leggi anche: Agrigento sott’acqua, bastano le caditoie?
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