Agrigento, la città che finisce in prima pagina quando qualcosa non funziona
Dai quattro Suv di Striscia alla crisi idrica, dalle polemiche sulla Capitale della Cultura al caso Crosta: perché Agrigento continua a conquistare la ribalta nazionale soprattutto attraverso le proprie contraddizioni
C’è un’immagine di Agrigento che l’Italia conosce da sempre: la Valle dei Templi, il Tempio della Concordia, Pirandello, il paesaggio, il mare, la storia millenaria.
E poi ce n’è un’altra, costruita negli ultimi anni dalle televisioni e dai grandi giornali nazionali: l’acqua che non arriva dai rubinetti, le case abusive, i lavori in ritardo, i soldi pubblici spesi in maniera discutibile, le opere incompiute, le polemiche politiche.
Il problema non è che Agrigento finisca sulle cronache nazionali. Una città importante deve essere raccontata, anche quando emergono problemi.
Il problema è la frequenza con cui il racconto nazionale sembra accendersi soprattutto quando c’è una contraddizione da mostrare.
E l’ultima contraddizione è arrivata proprio oggi.
L’ultima fotografia: Maddalusa
Il servizio trasmesso da Le Iene il 24 settembre ha portato nuovamente Agrigento nelle case degli italiani.
Il titolo è già una sintesi potentissima: “Sei abusivo? Ti tolgo l’acqua!”.
Nicola Barraco è andato a Maddalusa, dove da oltre quattro mesi molti residenti sono senza acqua. Le abitazioni della zona, costruite a partire dagli anni Sessanta in un’area sottoposta a vincolo archeologico, risultano abusive. Il problema urbanistico, dunque, si sovrappone a quello dell’accesso a un servizio essenziale.
È una storia che sembra quasi scritta per la televisione: l’abusivismo storico, le promesse della politica, le famiglie rimaste senz’acqua, il mare, la Valle dei Templi, le responsabilità che si rincorrono.
E soprattutto un paradosso difficile da spiegare all’Italia: una città che è stata Capitale italiana della Cultura può finire su una delle trasmissioni più popolari del Paese perché in un suo quartiere si discute ancora di come garantire l’acqua a persone che abitano in immobili abusivi.
Non è un dettaglio.
È il punto.
Prima Maddalusa, poi Crosta
Il caso di Maddalusa arriva inoltre pochi giorni dopo un’altra vicenda che ha avuto una notevole esposizione nazionale: quella dell’ormai ex vicesindaco Giovanni Crosta.
Crosta aveva ereditato dal padre un immobile a Zingarello sul quale pendeva una richiesta di sanatoria presentata nel 1985. La vicenda ha provocato uno scontro politico all’interno di Controcorrente, il movimento che aveva portato Michele Sodano alla conquista del Comune. La segreteria del movimento aveva chiesto le dimissioni di Crosta; Sodano aveva inizialmente difeso il proprio vice, sottolineando che non gli era contestata alcuna ipotesi di reato. L’11 settembre Crosta ha infine rassegnato le dimissioni.
Qui è necessario fare una distinzione.
Avere ereditato un immobile abusivo non equivale, di per sé, ad aver commesso l’abuso.
È una distinzione importante anche giornalisticamente.
La questione diventata politica è stata invece quella dell’opportunità, della gestione della vicenda e delle dichiarazioni rese sullo stato dell’immobile, oltre al fatto che la pratica di sanatoria riguardava un’amministrazione della quale Crosta faceva parte. Sono questi gli elementi che hanno alimentato lo scontro tra La Vardera e Sodano.
E così, ancora una volta, Agrigento è diventata una storia nazionale attraverso l’abusivismo edilizio.
La domanda è: perché sempre gli stessi problemi?
È qui che l’analisi dovrebbe andare oltre la singola polemica.
Perché Maddalusa non nasce nel 2026.
L’abusivismo non nasce con Crosta.
La crisi idrica non nasce con Sodano.
E i problemi organizzativi della Capitale della Cultura non sono comparsi dal nulla nel gennaio 2025.
Sono problemi che attraversano amministrazioni diverse e periodi politici diversi.
Nel 2024 Report raccontava un’Agrigento nella quale l’acqua arrivava nelle abitazioni soltanto una o due volte alla settimana.
Nel 2025, l’anno nel quale Agrigento avrebbe dovuto mostrare al Paese il proprio volto migliore, PiazzaPulita dedicava servizi ai ritardi, ai progetti incompiuti e al degrado. La7 tornava poi sulla crisi idrica con un’inchiesta sui fondi destinati alla rete e sulle vicende giudiziarie relative all’appalto.
Il Corriere della Sera raccontava nello stesso periodo una città nella quale, accanto ai grandi eventi culturali, rimanevano rifiuti, problemi infrastrutturali e carenze nei servizi per i visitatori.
E nel 2022 era stata Striscia la Notizia a portare in televisione nazionale il caso dei quattro SUV acquistati dal Comune con risorse destinate ai servizi per l’infanzia. Nel 2023 la Corte dei conti ha condannato due dipendenti a risarcire 120 mila euro.
Cambiano i sindaci.
Cambiano le maggioranze.
Cambiano i protagonisti.
Ma alcune storie rimangono sorprendentemente uguali.
Il paradosso della Capitale della Cultura
Forse il passaggio più emblematico è proprio quello del 2025.
Agrigento aveva ricevuto un riconoscimento straordinario: il Ministero della Cultura l’aveva scelta come Capitale italiana della Cultura, assegnandole anche un contributo statale di un milione di euro e affidandole l’opportunità di utilizzare un intero anno per valorizzare il patrimonio e produrre sviluppo culturale.
Era l’occasione perfetta per cambiare narrazione.
Agrigento poteva presentarsi all’Italia come una città capace di trasformare il proprio patrimonio in futuro.
E invece, quasi contemporaneamente alla festa, arrivarono le polemiche.
Cartelli con errori.
Il Teatro Pirandello alle prese con infiltrazioni.
Strade sistemate in fretta.
Ritardi organizzativi.
Servizi televisivi sul degrado.
Problemi legati all’acqua.
Successivamente, anche la Corte dei conti siciliana ha rilevato molteplici criticità nella gestione organizzativa, programmatoria e attuativa dell’iniziativa.
È il paradosso perfetto.
Agrigento era diventata Capitale della Cultura, ma l’Italia continuava a raccontarla attraverso ciò che non funzionava.
E attenzione: questo non significa che il 2025 sia stato soltanto un fallimento.
La stessa documentazione istituzionale relativa all’anno della Capitale sostiene che i progetti previsti dal dossier siano stati realizzati e che molti abbiano avuto una prospettiva di continuità. La Valle dei Templi, inoltre, ha continuato a registrare numeri molto importanti di visitatori.
Proprio per questo il problema è ancora più interessante: non è l’assenza di cose positive. È la difficoltà di far diventare le cose positive il racconto dominante della città.
Quando la televisione diventa lo specchio
C’è poi un’altra considerazione.
Non si può dare tutta la colpa ai media.
La televisione cerca naturalmente storie che abbiano conflitto, paradosso, responsabilità e immagini forti. Una casa abusiva è televisiva. Un quartiere senza acqua è televisivo. Quattro SUV comprati con fondi destinati all’infanzia sono televisivi.
Un progetto culturale completato nei tempi previsti, invece, lo è molto meno.
Ma questo non assolve la politica.
Perché se un’emergenza idrica dura anni, se l’abusivismo attraversa generazioni, se un problema urbanistico diventa contemporaneamente un problema sociale, se una grande manifestazione culturale si accompagna a disservizi evidenti, il problema non è il servizio televisivo che racconta la contraddizione. Il problema è la contraddizione stessa.
La telecamera non crea il disagio.
Lo rende visibile.
E oggi c’è una nuova amministrazione
Michele Sodano è stato eletto sindaco nel giugno 2026, con 14.908 voti al ballottaggio. È il primo sindaco progressista della storia della città. Al momento della proclamazione aveva indicato proprio l’emergenza idrica tra le priorità da affrontare.
Questo rende la vicenda di oggi ancora più significativa.
Sodano non è responsabile delle decennali origini dell’abusivismo di Maddalusa.
Non è responsabile della costruzione di quelle case negli anni Sessanta.
Non è responsabile della storia amministrativa degli ultimi decenni.
Ma da giugno è lui il volto istituzionale di Agrigento.
E quando arrivano le telecamere nazionali, è inevitabilmente lui a dover rispondere.
È il destino di chi eredita un’amministrazione: eredita anche i problemi che non ha creato.
Il vero banco di prova, allora, non sarà evitare che Agrigento finisca ancora in televisione.
Sarà fare in modo che, quando ci finirà, non sia sempre per spiegare perché qualcosa non funziona.
Agrigento non ha un problema di immagine. Ha un problema di realtà
Forse è questa la conclusione più onesta.
Dire che Agrigento abbia soltanto una cattiva immagine sarebbe troppo facile.
La città possiede uno dei patrimoni archeologici più importanti d’Italia, ha avuto nel 2025 un riconoscimento nazionale straordinario e continua ad avere una capacità di attrazione turistica e culturale che poche realtà siciliane possono vantare.
Ma proprio per questo il contrasto è diventato insopportabile.
Una città famosa nel mondo per la propria bellezza non può essere conosciuta in Italia anche per la propria incapacità di garantire servizi essenziali.
Una città scelta come Capitale della Cultura non può rassegnarsi al fatto che l’acqua, l’urbanistica, le strade, il decoro e la gestione amministrativa continuino a produrre ciclicamente lo stesso racconto.
E una nuova amministrazione non può limitarsi a cambiare i protagonisti della scena.
Deve provare a cambiare la storia.
Quella storia che da anni si ripete:
Agrigento conquista la ribalta nazionale.
Ma troppo spesso, quando arrivano le telecamere, non sono lì per raccontare la Valle dei Templi.
Sono lì per chiedere:
“Come è possibile che ancora oggi?”
Ed è probabilmente questa la domanda alla quale la città, più che i suoi sindaci di turno, dovrà prima o poi trovare una risposta.
Guarda il servizio completo de Le Iene
Segui il canale AgrigentoOggi su WhatsApp
