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Home » Mente Locale » «Tanto non cambia niente» : la psicologia di una comunità davanti ai problemi che si ripetono

«Tanto non cambia niente» : la psicologia di una comunità davanti ai problemi che si ripetono

10 Agosto 2026
in Mente Locale
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«Tanto non cambia niente». È una frase che ad Agrigento può accompagnare molte situazioni: l’acqua che manca, i rifiuti, una strada che continua a non funzionare, un incendio che torna ogni estate, un servizio che tarda ad arrivare. È una frase semplice, ma psicologicamente interessante. Perché racconta non soltanto un giudizio sulla realtà, ma anche il modo in cui una persona o una comunità possono imparare a convivere con ciò che si ripete.

La nostra mente possiede infatti una straordinaria capacità di adattamento. In psicologia si parla di abituazione quando, di fronte a uno stimolo ripetuto, la risposta tende progressivamente a diminuire. È un meccanismo utile: non potremmo vivere reagendo ogni volta con la stessa intensità a ciò che ormai conosciamo (Rankin et al., 2009).

Ma adattarsi non significa necessariamente accettare. Il problema nasce quando ciò che è diventato familiare comincia anche a sembrarci inevitabile. Quando una difficoltà si ripete, cambiano le nostre aspettative. Non ci chiediamo più soltanto «come è possibile?», ma iniziamo a pensare «quando succederà di nuovo?». Il problema non è scomparso: è entrato nello sfondo della vita quotidiana.

Un processo in parte analogo è descritto dalla ricerca sull’adattamento edonico, secondo cui le persone tendono, nel tempo, ad adattarsi a molti cambiamenti nelle proprie condizioni di vita. La ricerca successiva ha però mostrato che questo adattamento non è necessariamente completo né uguale per tutti (Brickman & Campbell, 1971; Diener, Lucas, & Scollon, 2006). Questo ci permette di comprendere una cosa importante: possiamo imparare a convivere con una condizione senza che quella condizione sia realmente migliorata.

E qui occorre evitare una semplificazione: non ogni riduzione della protesta è impotenza appresa. Una persona può semplicemente aver trovato un modo efficace per affrontare una situazione. La soglia critica arriva quando cambia la percezione del rapporto tra azione e risultato. È questo il nucleo della teoria dell’impotenza appresa, sviluppata a partire dagli studi di Seligman e Maier (1967) e successivamente riformulata in termini cognitivi e attribuzionali da Abramson, Seligman e Teasdale (1978).

Dopo esperienze ripetute di incontrollabilità, una persona può arrivare ad aspettarsi che le proprie azioni non producano risultati.

«Tanto non cambia niente» può allora diventare più di una lamentela: può diventare un’aspettativa.

E quando ci aspettiamo che un’azione fallirà, siamo naturalmente meno inclini a compierla. La psicologia ci insegna quindi che non conta soltanto ciò che accade, ma anche ciò che impariamo ad aspettarci dal futuro.

Qui entra in gioco la self-efficacy, o autoefficacia, di Albert Bandura: la convinzione di essere capaci di mettere in atto comportamenti efficaci per raggiungere un determinato risultato (Bandura, 1977). Un cittadino può realisticamente pensare: «da solo non posso risolvere il problema dell’acqua». Ma questo non deve trasformarsi in: «Nessuno può farci niente». Perché una comunità possiede una risorsa che il singolo non ha: la capacità di agire insieme.

Bandura ha sviluppato anche il concetto di efficacia collettiva: la convinzione condivisa che un gruppo possa coordinarsi e produrre risultati attraverso l’azione comune (Bandura, 2000). È qui che la frase «tanto non cambia niente» può essere sostituita da una domanda diversa: «Che cosa possiamo fare insieme?»

Non è ottimismo ingenuo. È riconoscimento dei limiti individuali accompagnato dalla ricerca di possibilità collettive. Non viviamo isolati. Osserviamo il comportamento degli altri e lo utilizziamo per capire che cosa è normale. Se nessuno protesta, posso pensare che protestare sia inutile. Se vedo comportamenti incivili ripetersi, posso percepirli come più normali di quanto siano realmente.

La psicologia sociale ha mostrato che le norme sociali — ciò che percepiamo come comportamento comune o appropriato — possono influenzare concretamente le nostre scelte (Cialdini, Reno, & Kallgren, 1990). Per questo una comunità può trovarsi in una situazione paradossale: molte persone possono essere insoddisfatte, ma ciascuna può pensare che gli altri non siano abbastanza insoddisfatti da voler cambiare le cose. Il silenzio degli altri diventa allora una conferma del proprio silenzio.

Agrigento possiede una forte capacità di adattamento. Ma proprio qui occorre distinguere resilienza e rassegnazione.

La resilienza, nella prospettiva contemporanea, non coincide con l’invulnerabilità né con la semplice capacità di sopportare le difficoltà. È piuttosto un processo di adattamento positivo alle avversità, sostenuto anche dalle risorse dell’ambiente e delle relazioni (Masten, 2001). Una comunità resiliente non è quella che non si lamenta più. È quella che sa riconoscere ciò che non può controllare, ciò su cui può intervenire e ciò che può ottenere soltanto attraverso l’azione degli altri.

Forse, allora, il problema non è che ad Agrigento ci siamo abituati alle difficoltà. Il problema sarebbe abituarsi all’idea che le difficoltà siano inevitabili. Perché una cosa è dire: «Questo problema esiste da molto tempo». Un’altra è concludere: «Per questo esisterà per sempre». Tra le due frasi c’è tutta la distanza tra adattamento e rassegnazione.

E forse il cambiamento comincia proprio quando una comunità torna a chiedersi non soltanto che cosa non funziona, ma:

«Che cosa, insieme, possiamo ancora cambiare?»

E, permettetemi una nota personale: credo fermamente che Agrigento non sia condannata all’inerzia. La nostra “primavera” non è un’illusione, ma una scommessa collettiva che possiamo vincere solo se decidiamo di smettere di guardare al passato come a un destino e iniziare a progettare il domani come una conquista condivisa.

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