Senato commemora giudice Livatino, Casellati: coraggioso e capace

L’Aula del Senato ha commemorato Rosario Livatino, il magistrato assassinato dalla mafia nel 1990, beatificato il 9 maggio di quest’anno come “martire della giustizia e della fede”.

La presidente del Senato Elisabetta Casellati ha invitato l’assemblea “a stringersi nel solenne ricordo del giudice”, ricordando che era “nato a Canicattì nel 1952, entrato in magistratura a soli 26 anni, iniziando immediatamente ad
occuparsi di criminalità mafiosa”.

“Era un giudice coraggioso, capace, preparato. Soprattutto, era un uomo fortemente legato ai valori della fede cattolica. Valori vissuti anche attraverso il rigore della dedizione al lavoro, lo
sforzo costante nella ricerca della verità in ogni fatto sottoposto al suo giudizio e la concreta attenzione alla persona, alla sua capacità di redimersi nonostante gli errori più gravi”, ha detto Casellati. “Un giovane magistrato – ha aggiunto – profondamente convinto che la giustizia avesse una funzione sociale imprescindibile e che
fosse dovere del giudice applicare la legge con equilibrio e umanità. Una funzione che doveva essere misurata tanto sul piano della coerenza dell’azione giurisdizionale quanto su quello della
trasparenza e dell’assoluta terzietà del giudice.
Condizioni in cui egli credeva fermamente ricordando in più occasioni – con parole che acquistano oggi nuova attualità – come: ‘La credibilità esterna della magistratura nel suo insieme ed in ciascuno dei suoi componenti – rappresenti – un valore essenziale in uno stato democratico’. E questo fu Rosario Livatino. Un vero servitore dello Stato autorevole, credibile e
trasparente”.“Un uomo – ha ricordato ancora Casellati – innamorato della sua terra e determinato a difenderla perseguendo instancabilmente verità e giustizia. Quella Sicilia che, nel pieno degli anni ’80, viveva la sua notte più buia. Lacerata dalle guerre di mafia;
dalla corruzione e dalla spietata ferocia di un sistema criminale talmente compenetrato nel tessuto sociale da sembrare quasi
impossibile estirpare. Un sistema che Rosario Livatino riuscì a contrastare con grande intelligenza. Fu tra i primi magistrati in
Italia a fare ampio ricorso alla ‘confisca dei beni’ come strumento per colpire al cuore la mafia. Per depotenziarla e dimostrarne la vulnerabilità. Per far sì che non fossero più i cittadini a temere la mafia, ma che fosse la mafia ad avere paura
dello Stato. E Rosario Livatino faceva paura a quella mafia spietata e vigliacca che la mattina dei 21 settembre 1990 gli tolse la vita a colpi di proiettile in un feroce agguato teso mentre si recava in Tribunale senza scorta e a bordo della sua utilitaria”.

“Una morte dolorosa per tutti. Destinata a scuotere le coscienze non solo delle Istituzioni e dei cittadini, ma di tutto il mondo cristiano. Indimenticabile è ancora nella nostra memoria quel ‘convertitevi’, gridato nel ricordo anche di Rosario Livatino ai criminali mafiosi dall’allora pontefice San Giovanni Paolo II, proprio dalla Valle dei Templi di AGRIGENTO. La beatificazione, fortemente voluta da Papa Francesco, di Rosario Livatino, come martire dei valori della Costituzione sostenuti dalla forza di
un’autentica fede cattolica, apre un nuovo importante capitolo nella lotta contro ogni forma di criminalità organizzata.
Un capitolo in cui l’esempio e l’eredità morale di donne e uomini come Rosario Livatino può davvero guidarci verso un futuro sempre
più libero dalle mafie, dalla corruzione e dalla violenza”, ha concluso Casellati.