Secondo Giustizia, con “I diritti del detenuto” al via la rubrica a cura di Donata Posante

Nell’ambito del decennale dalla fondazione di AgrigentoOggi, diamo il via ad una nuova rubrica dal titolo “Secondo Giustizia”. A curarla sarà l’avvocatessa penalista Donata Posante. La rubrica nasce dall’idea di una giustizia efficace, che metta il lettore difronte ad una lettura critica sull’azione penale, il diritto alla difesa di fronte ai tempi lunghi del giudicato, ed una tutela dalla potente macchina di dolore umano.

È notizia delle ultime settimane l’avvio di un’indagine da parte della Procura della Repubblica di Agrigento – al momento a carico di ignoti – per presunti abusi perpetrati all’interno del carcere Petrusa di Agrigento, verosimilmente nella zona dedicata al cosiddetto isolamento carcerario. L’indagine ha preso avvio, come noto, a seguito di un dossier presentato dalla delegazione del partito dei Radicali che nel mese di agosto scorso aveva fatto un accesso ispettivo nella struttura della casa circondariale Di Lorenzo per verificarne le condizioni di operatività. Condizioni, queste ultime, che non devono aver confortato e soddisfatto i visitatori sul rispetto delle garanzie vigenti – o che tali dovrebbero essere – all’interno della struttura carceraria. Il dossier che ne è seguito, oltre a sollecitare l’intervento della magistratura, deve aver indotto anche alcuni altri detenuti – circa una trentina – a segnalare e denunciare presunti abusi e violenze subite durante la detenzione.

È presto, data anche le scarne notizie diffuse, per trarre indebite conclusioni, ma è sicuramente lo spunto, per vero non l’unico nel panorama nazionale, per una riflessione più ampia relativamente ai cosiddetti diritti del detenuto.

La situazione attuale delle carceri italiane ha richiesto e continua a richiedere un rafforzamento, ed a volte purtroppo una vera e propria affermazione, della tutela dei diritti di chi è privato della libertà personale.

Tale rafforzamento non può che fondarsi in primis sul rilievo che occorre fermamente prescindere dalle ragioni per cui sono ristretti coloro che si trovano in carcere e dal reato da questi commesso,dal più grave al meno allarmante: tutti, indifferentemente, sono uniti da un’instrinseca vulnerabilità che necessità protezione a 360 gradi. E la protezione per essere tale non può e deve guardare alle ragioni che abbiano determinato la detenzione.

Passaggio, quest’ultimo, delicato e di difficile attuazione culturale specie in un paese in cui la politica, i mass media o chi per loro, tendono all’inverso risultato dell’allarmismo e dell’ingenerato timore nel cittadino verso chi è colpevole o presunto tale. Una visione cinica e volutamente miope che finge di non tenere conto che nella maggior parte dei casi – certo non tutti – il reo, il reato, la condotta di disvalore penale è solo il portato ultimo di un’indifferenza ed ingiustizia sociale perpetrata a più riprese e più livelli da cui è arduo uscire indenni e senza peccato.

Ma il monito al rafforzamento delle garanzie dei detenuti dovrebbe passare anche per il tramite del puntuale riconoscimento delle tutele che risultano già positivizzate e spesso dimenticate nel nostro ordinamento.

Dovrebbero orientarci, in tal senso, l’assolutezza e tassatività dell’art. 13 della Costituzione; la personalità della responsabilità penale nell’esteso significato del principio sancito all’art. 27 della carta fondamentale; la Legge 354 del 1975 recante le norme sull’ordinamento penitenziario ed in particolare l’introduzione esplicita nella sua prima disposizione della necessità che il trattamento sia  dignitoso e conforme ad umanità, improntato all’imparzialità, ispirato al principio di non colpevolezza dell’imputato sino alla condanna definitiva, ed infine teso, per vocazione costituzionale, alla rieducazione del condannato ed al suo reinserimento in società; le Convenzioni internazionali di cui il Paese è parte.

Tutto chiaro, tutto scritto: spesso non attuato.

La tutela dei diritti delle persone private della libertà deve poi necessariamente misurarsi con la possibilità di accedere alle misure alternative alla detenzione, accesso spesso inibito dalle scarse conoscenze del detenuto non supportate adeguatamente dall’assistenza del legale. Proprio l’ultima relazione al Parlamento del 2019 del garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale ha segnalato, con preoccupazione,che nell’ultimo anno la popolazione detenuta è cresciuta di 2047 unità, e che correlativamente, tuttavia, il numero di coloro che sono entrati in carcere dalla libertà è diminuito di 887 unità: l’aumento, in altre parole, non sembra dovuto a maggiori ingressi, bensì a minore possibilità di uscita.

Certo tutto quello che precede, seppure limpidamente riconoscibile, non è di facile attuazione perché necessita di un delicato bilanciamento tra situazioni che tutte abbisognano di tutela: i diritti del detenuto che in quanto persona gode di tutele irrinunciabili ed indeclinabili, il diritto di quanti vogliono vivere in una società ordinata e tranquilla, e il comprensibile diritto di chi ha sofferto, di chi è vittima di un reato, a vedersi riconosciuto quanto patito.

Una miscellanea difficile ma non impossibile che non può e deve prestare il fianco ad un affievolimento dei diritti del detenuto perché se è vero che questi deve ricostruire o in alcuni casi formare un senso di legalità mai posseduto, questa operazione diventa impossibile se il luogo deputato a questa ricostruzione, il carcere, viola e mortifica quella stessa legalità.

avv. Donata Posante.