La riforma sulla separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante continua ad alimentare un confronto acceso nel mondo della giustizia. Il referendum ha riaperto una discussione che tocca principi fondamentali come l’equilibrio tra accusa e difesa, il ruolo del pubblico ministero e l’indipendenza della magistratura.
A intervenire è Salvatore Vella, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Gela, già sostituto ad Agrigento, che analizza criticità, rischi e prospettive di un sistema alle prese con nuove sfide, tra evoluzione dei reati, carenze strutturali e necessità di riforme.
Dopo l’esperienza come sostituto procuratore ad Agrigento, oggi guida la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Gela: quali sono le principali sfide che un ufficio requirente si trova ad affrontare oggi?
«Oggi le sfide sono profondamente cambiate, soprattutto sul piano tecnologico. I reati si evolvono e richiedono un aggiornamento continuo degli strumenti investigativi. Tuttavia, permangono limiti operativi difficili da comprendere: ad esempio, le restrizioni ministeriali non consentono l’utilizzo dei social network dai computer d’ufficio, nonostante rappresentino spesso una fonte utile per le indagini.
Anche sul fronte dell’intelligenza artificiale siamo ancora in una fase iniziale. In indagini complesse, come quella sulla frana di Niscemi, si avverte la mancanza di protocolli ministeriali chiari. Abbiamo iniziato a lavorare molto sull’elaborazione dei dati, in collaborazione con la Polizia di Stato, utilizzando, proprio in questa occasione e in via sperimentale un programma di intelligenza artificiale.
Il referendum sulla separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante ha riacceso il dibattito sul ruolo del pubblico ministero: ritiene che questa riforma possa incidere sull’equilibrio del processo penale?
«Io considero questo referendum, di fatto, un referendum sulla magistratura. Il timore è che, se la riforma dovesse passare, il pubblico ministero possa progressivamente allontanarsi dalla sua funzione principale, che è la ricerca della verità.
Il rischio è quello di avvicinarsi a modelli di tipo anglosassone, dove prevale una logica accusatoria più marcata, orientata alla ricerca del colpevole. Il nostro sistema, invece, deve restare ancorato a un equilibrio che garantisca imparzialità e tutela dei diritti».
Il principio del giusto processo, sancito dall’articolo 111 della Costituzione, prevede parità tra accusa e difesa: dal suo punto di vista, questo equilibrio è oggi pienamente garantito?
«Nel sistema attuale l’equilibrio è sostanzialmente garantito, soprattutto nella fase processuale. Le parti hanno pari diritti, anche se perseguono finalità diverse.
È importante sottolineare che il pubblico ministero non ha il compito di sostenere l’accusa a ogni costo: se emergono elementi favorevoli all’imputato, ha il dovere di portarli all’attenzione del giudice. Questo è un elemento distintivo del nostro ordinamento».
Tra le criticità più rilevanti del sistema giudiziario si citano tempi lunghi e carenze di organico: quanto incidono questi fattori sull’efficacia dell’azione penale?
«Incidono in maniera significativa. I tempi lunghi sono legati anche a una serie di passaggi processuali di cui oggi si potrebbe valutare l’effettiva utilità. Penso, ad esempio, all’udienza preliminare, che spesso si traduce in un allungamento dei tempi fino a un anno, senza un reale effetto di snellimento.
A questo si aggiunge la criticità delle risorse: nel Sud Italia persiste una carenza di magistrati e il personale amministrativo risulta sottodimensionato, sebbene il deficit di quest’ultimo sia meno marcato rispetto alle punte di sofferenza registrate negli uffici del Nord.
Dal punto di vista della Procura, la separazione delle carriere rappresenterebbe un rafforzamento o un possibile indebolimento dell’indipendenza della magistratura?
«A mio avviso esiste il rischio di un indebolimento. La separazione, così come prospettata, potrebbe incidere sull’unità della magistratura, secondo una logica che potremmo definire di “divide et impera”.
Va anche considerato che il passaggio tra funzioni è già oggi estremamente limitato: si tratta di una percentuale minima, circa lo 0,4% dei magistrati. In questo senso, il problema appare già ridimensionato nei fatti».
Il pubblico ministero è chiamato a esercitare l’azione penale in modo obbligatorio: quanto è complesso, nella pratica quotidiana, coniugare questo principio con le risorse disponibili?
«È una delle sfide principali. L’obbligatorietà dell’azione penale deve confrontarsi con le risorse effettivamente disponibili, sia in termini di organico che di strumenti.
Per questo è fondamentale una gestione efficiente delle priorità e un’organizzazione del lavoro che consenta di garantire comunque il rispetto dei principi costituzionali, senza sacrificare la qualità delle indagini».
Nella sua esperienza tra Agrigento e Gela, quali differenze ha riscontrato nel funzionamento degli uffici giudiziari e nelle dinamiche investigative?
«Agrigento è una realtà di medie dimensioni, tra le più importanti del distretto di Palermo, con un carico di lavoro significativo anche per il fenomeno migratorio legato a Lampedusa.
Gela, invece, pur essendo un ufficio più piccolo, opera in un contesto caratterizzato da una forte incidenza di reati legati al traffico di stupefacenti e al possesso di armi. A questo si aggiungono indagini complesse come quella sulla frana di Niscemi».
Guardando al futuro, quali riforme ritiene davvero prioritarie per rendere la giustizia più efficiente, senza sacrificare le garanzie previste dalla Costituzione?
«Serve una revisione complessiva del sistema, una sorta di “check-up” di tutte le fasi del processo, per capire cosa funziona e cosa no. L’obiettivo deve essere quello di ridurre i tempi della giustizia senza compromettere le garanzie.
Occorre intervenire anche sul sistema penitenziario: la pena deve avere una funzione rieducativa. Servono più strutture adeguate e un uso più equilibrato delle misure cautelari.
La custodia cautelare deve restare una misura eccezionale. Anche in contesti complessi come Gela, si tende a utilizzarla con grande attenzione, riservandola ai casi strettamente necessari».
Segui il canale AgrigentoOggi su WhatsApp
