Domanda da retrobottega politico, di quelle vere
Chi sarà il prossimo sindaco di Agrigento?
La risposta, oggi, non passa dai nomi. Perché ad Agrigento, a pochi mesi dal voto, non esiste ancora “il prossimo sindaco”: esistono spazi politici aperti, ancora contendibili, e un elettorato che non si lascia più incasellare.
C’è però una certezza che attraversa trasversalmente il dibattito cittadino: il prossimo sindaco non sarà scelto per appartenenza, ma per credibilità personale. La città mostra una stanchezza evidente verso sigle, alchimie di coalizione e candidature percepite come calate dall’alto. La dinamica identitaria, che in passato ha retto, oggi non basta più.
Chi ambisce a vincere dovrà tenere insieme almeno tre elementi. Un profilo civico forte, anche se sostenuto dai partiti, capace di non apparire ostaggio degli apparati. Una narrazione chiara, con poche priorità riconoscibili e comprensibili, perché il tempo delle piattaforme enciclopediche è finito. E, soprattutto, la capacità di tenere insieme mondi diversi: professioni, associazionismo, pezzi di opposizione ma anche settori di una maggioranza ormai disillusa.
In questo quadro, il centrodestra parte con un vantaggio numerico evidente, ma resta politicamente fragile. Senza una candidatura realmente autorevole e unitaria, il rischio non è la sconfitta per mancanza di voti, ma l’autogol: presentarsi divisi o con un profilo debole in un momento in cui la città chiede leadership e non semplice continuità amministrativa.
Il centrosinistra, dal canto suo, ha uno spazio teorico ma una condizione netta: se resta diviso, autoreferenziale o impegnato in regolamenti di conti interni, non vince. Punto. Non perché manchi un elettorato potenziale, ma perché quel segmento chiede oggi una proposta che vada oltre la testimonianza politica.
Lo spazio vero, quello decisivo, è dunque occupato da una figura che appaia più grande del Consiglio comunale, capace di interpretare una fase di transizione senza promettere rotture traumatiche. Agrigento vuole voltare pagina, sì, ma senza avventure. E questo implica un equilibrio difficile: discontinuità percepita, ma affidabilità amministrativa.
C’è poi un elemento tattico che, in una competizione così ravvicata, pesa più di altri. Oggi vince chi entra tardi, non chi si brucia adesso. L’iper-esposizione anticipata, in un contesto saturo e diffidente, rischia di trasformare il candidato in un bersaglio prima ancora che in un leader. Chi si muove troppo presto finisce sotto il fuoco incrociato, senza avere ancora una struttura politica e narrativa in grado di reggere l’urto.
La campagna elettorale che si profila sarà meno ideologica e più selettiva. Non premierà chi parla di più, ma chi regge meglio il peso della credibilità. E, come spesso accade ad Agrigento, conteranno quasi più i registi del consenso che i candidati stessi: reti civiche, consiglieri radicati, mondi professionali, pezzi di città che non fanno rumore ma spostano voti.
L’unica candidatura ufficialmente dichiarata è quella di Peppe Di Rosa, che ha già messo in chiaro la propria volontà di correre per Palazzo di Città. Una scelta che, al momento, rappresenta l’unico punto fermo in uno scenario ancora fluido, segnato da interlocuzioni riservate e valutazioni in corso in tutti gli schieramenti.
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