Piero Ivano Nava
Il super testimone dell’omicidio di Rosario Livatino
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Dopo trent’anni di vita da clandestino diventa Cittadino onorario di Canicattì.
“Quel giorno sono morto assieme a lui, mi sono caricato sulle spalle una croce che continuo a portare ancora oggi”. Parole di Piero Ivano Nava, classe 1949, ex rappresentante di commercio originario di Sesto San Giovanni in provincia di Milano e dal 21 settembre 1990 super-testimone del delitto del giudice Rosario Livatino. Trent’anni di vita clandestina da quel giorno, sfociata nel conferimento della cittadinanza onoraria, da parte del consiglio comunale di Canicattì. La “storia di Piero” inizia e finisce la mattina del delitto mafioso del giudice Livatino. Nava si trovava in Sicilia per lavoro, come rappresentante della DiErre Porte di Villanova d’Asti, e il caso volle che si trovasse a transitare con la sua vecchia auto una Lancia Thema Station Wagon, sulla statale 640 proprio nel momento in cui alle 8 e 40 scattava l’agguato al “giudice ragazzino”. Il rappresentante Era partito poco prima, da un hotel di Enna, dove aveva pernottato, e procedeva ad andatura moderata perché si era accorto di avere una gomma dell’auto sgonfia. Stava per arrivare al Villaggio Mosè a visitare un cliente quando, giunto in contrada Gasena, sorpassò la Ford Fiesta color amaranto del giudice, ferma a lato della strada con il lunotto posteriore infranto. Poi, osservando la scena nello specchietto retrovisore, vide un giovane dietro quell’auto che impugnava una pistola e un’altra figura intenta a scavalcare il guard-rail. Nava, non capendo quello che stava succedendo, aveva cercato di chiamare i soccorsi dall’auto, con il telefono portatile, ma quella era una “zona d’ombra” e la chiamata rimase muta. Solo una decina di minuti più tardi, giunto al Villaggio Mosè, il Nava riuscì a contattare la Questura e a dare l’allarme. E da quel momento in poi il testimone del delitto Livatino non ebbe più pace. A ridosso di quelle ore venne sottoposto dagli inquirenti a lunghi interrogatori negli uffici della Squadra Mobile della Questura di Agrigento e ad estenuanti colloqui con gli esperti del Gabinetto di Polizia Scientifica per cercare di ricostruire il volto di quella persona che aveva visto impugnare la pistola. Piero Ivano Nava rimase sempre a disposizione. Di giorno in questura e la notte andava a dormire nel quartiere di Fontanelle, nell’appartamento privato di un ispettore della Polizia, nella cameretta lasciata libera dal figlio di quest’ultimo. Un lavoro investigativo portato avanti dalla “Mobile” che grazie a quella preziosa testimonianza diede i suoi frutti. A pochi giorni dall’agguato, si era ai primi di ottobre, Piero Ivano Nava diventato “il supertestimone” venne segretamente contattato nell’abitazione che divideva con la sua nuova compagna, dopo la separazione dalla moglie, a Forio d’Ischia, e convinto a partecipare ad un confronto diretto. In Germania in quelle ore erano stati bloccati due presunti autori dell’efferato crimine, Paolo Amico e Domenico Pace. Su di loro solo sospetti, e la legge tedesca in questi casi concedeva solo poche ore di tempo, dopodiché i due fermati sarebbero tornati liberi senza più potere bloccarli una seconda volta. Ricorda l’allora capo della Squadra Mobile di Agrigento, Giuseppe Cucchiara, che c’erano solo cinque ore di tempo per arrivare in Germania, al Decimo Commissariato di Colonia. Così il testimone accettò di partire su due piedi, accompagnato da alcuni uomini del Servizio Centrale Anticrimine verso la Germania. Un volo in elicottero fino a Roma e subito dopo un decollo con un aereo dei servizi di sicurezza, messo a disposizione dal ministero dell’Interno, alla volta di Colonia. “Si, è lui!” Aveva confermato, in quel drammatico faccia a faccia, il rappresentante di commercio, indicando agli inquirenti italiani che uno dei due fermati era il soggetto con la pistola intravisto nello specchietto dell’auto. Ora tutta l’azione giudiziaria dipendeva dal super testimone. Indagini e costosissimi accertamenti erano appesi ad un filo. Se Nava avesse vacillato o anche solo mostrato qualche dubbio o tentennamento, il castello accusatorio sarebbe crollato e l’inchiesta avrebbe dovuto ripartire da zero. Invece Piero Ivano Nava, andando fino in fondo nella sua coraggiosa scelta, testimoniò e fece condannare gli autori del delitto del giudice. Ma la sua vita non fu mai più quella di prima. Protetto, scortato e con un nuovo nome e un nuovo domicilio segreto, il testimone visse trent’anni da clandestino. Alla fabbrica di porte blindate di Villanova d’Asti, grandi capannoni nei pressi dello svincolo autostradale per Torino, il Nava se lo ricordano ancora. “Aveva ottenuto da poco il mandato quale nostro rappresentante per il Sud – ricorda Giacomo Riva direttore commerciale – quando un giorno telefonò per avvisarci che intendeva lasciare immediatamente l’incarico. Da quel momento nessuno da queste parti l’ha più visto e sentito”. In trent’anni del Nava è stata cancellata ogni traccia e sono state fatte sparire perfino le foto del matrimonio con la sua prima moglie. Per tutti questi anni il testimone è vissuto come il “signor nessuno”. Si è sposato in segreto una seconda volta senza invitati e non ha nemmeno partecipato al matrimonio di sua figlia. La vita da clandestino però è riuscita a raccontarla nel libro “Io sono nessuno” con sottotitolo “Quando sono diventato il testimone di giustizia del caso Livatino, pubblicato dalla Rizzoli. In 336 pagine Nava racconta come la sua esistenza sia stata sconvolta dalla decisione di testimoniare contro i killer del giudice e come sia stato, molti anni dopo, il primo testimone di giustizia a beneficiare della Legge approvata nel 2018 per la protezione dei testimoni di giustizia. Una “battaglia” per la quale l’ex rappresentante di commercio aveva perfino scritto al presidente della repubblica dell’epoca, Francesco Cossiga, chiedendo aiuto e sostegno per riuscire a sopravvivere. Adesso arriva finalmente la cittadinanza onoraria di Canicattì. – Rifarebbe oggi tutto quanto? «Certo che lo rifarei – dice Piero Ivano Nava. – . È l’educazione che mi hanno dato i miei genitori. Non c’era un’altra scelta. Pensa che mi sarei potuto svegliare il giorno dopo, in albergo, farmi la barba, andare a fare colazione, leggere della morte del giudice e far finta di nulla? Se avessi taciuto – conclude – non sarei più stato un uomo libero, non mi sarei più potuto guardare allo specchio».
LORENZO ROSSO
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