C’è un imprenditore di 51 anni di Favara, Francesco Pullara, tra le 35 persone arrestate nella notte dai carabinieri del Comando provinciale di Caltanissetta, con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia nissena, nell’ambito dell’operazione denominata “Mondo Opposto”. Si tratta del rappresentante della società di un’azienda nella zona industriale di Agrigento, ma in territorio di Favara, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. L’uomo è finito ai domiciliari. Con lui risultano indagati altri favaresi, nessuno dei quali, raggiunto da misura cautelare. Disposto e notificato dai carabinieri il sequestro preventivo dell’azienda di Favara che sarebbe coinvolta in un imponente giro d’affari legato allo smaltimento dei rifiuti speciali. La ditta è finita al centro dell’inchiesta per aver stretto accordi con i fratelli Musto, vertici della famiglia mafiosa di Niscemi, con l’obiettivo di dominare il mercato degli oli vegetali esausti.
Il patto prevedeva che i boss garantissero all’azienda l’esclusiva territoriale in cambio di percentuali sui guadagni, pari a 40 euro per ogni contratto sottoscritto e 600 euro per ogni mille litri di olio esausto prelevato. Sono complessivamente 56 le persone indagate, accusate, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione aggravata, illecita concorrenza con violenza e minaccia, favoreggiamento personale aggravato, traffico illecito di rifiuti, attività di gestione di rifiuti non autorizzata, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Il gip del tribunale di Caltanissetta, Graziella Luparello, ha disposto il carcere per 32 indagati mentre per altri 3 sono stati disposti gli arresti domiciliari. Tra loro c’è anche l’imprenditore di Favara.
Nel corso della predetta indagine sono affiorati sia espressioni di reità mafioso-imprenditoriale sia fatti di reità in materia di stupefacenti, posti in essere (anche) secondo schemi associativi sotto l’egida dei fratelli Alberto e Sergio Musto. Con riferimento alla infiltrazione del tessuto economico di Niscemi da parte della famiglia mafiosa capeggiata da Alberto Musto, l’ambito elettivo di interesse della consorteria criminale era quello dello smaltimento degli oli vegetali esausti (rifiuti speciali liquidi non pericolosi), nel quale gli esponenti mafiosi si inserivano attraverso forme di interposizione negoziale e di collaborazione esecutiva “in nero”, controllando l’intero settore nel territorio di riferimento. Le investigazioni, costituite prevalentemente da attività di intercettazione e dalla escussione a sommarie informazioni di numerosi esercenti commerciali niscemesi, hanno consentito raccogliere gravi elementi indiziari sulle modalità attuative ed operative messe in campo dai fratelli Musto per monopolizzare, attraverso accordi criminosi con ditte specializzate nel settore, la raccolta degli oli vegetali esausti a Niscemi.
Nello specifico i Musto, in violazione delle disposizioni legislative in materia ambientale e senza alcuna autorizzazione, secondo l’impostazione accusatoria si sarebbero inseriti prepotentemente in tale settore economico avvalendosi dapprima di una società di Favara e successivamente di impresa di Catania, con i cui amministratori e dipendenti i Musto si interfacciavano per il detto business. L’interesse di Musto Alberto (il quale, al pari dei suoi familiari, non risulta mai essere stato iscritto nell’Albo Nazionale dei Gestori Ambientali) al racket dell’olio esausto e, più in generale, al settore dei rifiuti, era probabilmente maturato durante la sua reclusione presso il carcere di Voghera, nel corso della quale aveva appreso da un codetenuto dei grossi guadagni che si sarebbero potuti realizzare in tale settore, contaminando l’economia legale mediante un’attività di partecipazione ad essa che si estrinsecasse in maniera doppiamente illegale: esercitare l’intimidazione mafiosa per indurre gli operatori economici niscemesi ad accettare di conferire l’olio vegetale esausto all’impresa indicata dagli stessi Musto, con la quale i predetti avrebbero collaborato in “nero” occupandosi illecitamente della raccolta materiale di tale rifiuto.
In tal modo, l’organizzazione mafiosa avrebbe riscosso importanti guadagni e alimentato il proprio prestigio criminale, affermando il proprio potere di controllo del territorio, mentre l’impresa formalmente dedita alla raccolta del rifiuto avrebbe ottenuto rilevanti vantaggi competitivi sul mercato, eliminando o, per meglio dire, prevenendo la concorrenza. Ai commercianti locali era imposta, con violenza e minaccia la sottoscrizione di contratti di smaltimento con le ditte colluse, garantendo a queste ultime una posizione dominante sul mercato in cambio di provvigioni fisse: 40 euro per ogni contratto e 600 euro ogni 1000 litri di olio prelevato. La condotta dei rappresentanti delle imprese è stata considerata, secondo l’impostazione accusatoria, rientrante nel paradigma applicativo del concorso esterno in associazione mafiosa, potendosi ipotizzare un sinallagma criminoso con Cosa nostra niscemese che di fatto dava vita a un rapporto di reciproci vantaggi, tradotti per le aziende nell’imporsi sul territorio niscemese in posizione dominante, e, per l’organizzazione mafiosa, nell’ottenere risorse o utilità, anche in forma di corresponsione di una percentuale, sui profitti percepiti dal concorrente esterno.
L’indagine ha documentato come la sola “notorietà” della levatura mafiosa dei Musto esercitasse una pressione intimidatoria tale da annullare la libertà di autodeterminazione degli imprenditori; sul tema, è emerso anche come due dipendenti di un’impresa, nei cui confronti sono state contestate ipotesi di favoreggiamento personale, durante i controlli eseguiti dai carabinieri avrebbero fornito dichiarazioni mendaci alla polizia giudiziaria per impedire l’identificazione dei componenti del sodalizio, sostenendo falsamente di non averli mai visti in azienda o di non poterli riconoscere a causa di presunti travisamenti con mascherine e cappelli.
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