Ci vuole un coraggio particolare per guardare dentro il proprio Paese e raccontarne le responsabilità più scomode. È quello che hanno avuto Yuval Abraham e Rachel Szor, due registi israeliani che con NAZA realizzano un documentario radicale, costruito sulle testimonianze anonime di militari e membri dell’intelligence israeliana e dedicato ai sistemi attraverso i quali viene condotta la guerra a Gaza.
Il film colpisce innanzitutto per la sua sobrietà. Nessuna spettacolarizzazione della violenza, nessuna facile ricerca dell’indignazione. I testimoni parlano nell’oscurità, con il volto nascosto e la voce alterata, mentre intorno a loro Tel Aviv continua la propria vita quotidiana. È una scelta registica semplice ma di grande efficacia: la normalità della città entra continuamente in collisione con ciò che viene raccontato.
Da queste testimonianze emerge l’immagine di una guerra sempre più affidata a sistemi tecnologici, procedure, algoritmi e strumenti di sorveglianza. La denuncia più inquietante riguarda proprio la progressiva burocratizzazione della morte: la vittima rischia di trasformarsi in un dato, il bersaglio in una coordinata, la distruzione in un’operazione da autorizzare.
È questo il cuore di NAZA, ed è anche ciò che rende il film molto più di un documentario di denuncia politica. Abraham e Szor interrogano il rapporto fra tecnologia e responsabilità, fra obbedienza e coscienza individuale, mostrando quanto sia facile, nella guerra contemporanea, allontanare l’essere umano dalle conseguenze delle proprie decisioni.
Il film non cerca il conforto di una narrazione rassicurante. Al contrario, mette lo spettatore davanti a testimonianze pesanti e controverse, che l’apparato militare israeliano ha contestato. Ma proprio questa scelta conferisce all’opera la sua forza: non pretende di semplificare una realtà complessa, la costringe a essere guardata.
Il dato forse più significativo rimane però la provenienza dei due autori. Sono israeliani e scelgono di mettere in discussione, dall’interno, il sistema militare del proprio Paese. In un contesto nel quale una simile presa di posizione può comportare forti reazioni e conseguenze personali, il loro lavoro assume il valore di un atto di responsabilità civile.
Non è necessario condividere ogni ricostruzione proposta dal documentario per riconoscere la forza della domanda che lo attraversa: che cosa accade quando la tecnologia consente di uccidere a distanza e la responsabilità viene frammentata fino quasi a scomparire?
Un film scomodo, rigoroso e coraggioso, che dimostra come il cinema possa ancora svolgere una funzione essenziale: non soltanto raccontare ciò che accade, ma avere il coraggio di guardare dove molti preferirebbero non guardare.
programmazione https://cinemaagrigento.it
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