Migranti morti in mare, l’accusa dell’arcivescovo Damiano: “Siamo oltre l’ostilità”

“Siamo già oltre l’indifferenza, siamo all’ostilità perché si continuano a fare scelte precise per escludere. Muri e fili spinati… è il trionfo della disumanità, incalza il deserto delle coscienze”. A dirlo all’Adnkronos è l’arcivescovo di Agrigento, monsignor Alessandro Damiano, dopo l’ultima tragedia del mare a Lampedusa: 7 i morti per ipotermia, tutti uomini  mentre cercavano di raggiungere insieme ad altre 280 persone l’Europa. I loro corpi senza vita sono stati sbarcati sul molo Favaloro, a Lampedusa. “Quell’isola, e lo sappiamo ormai da troppi anni, piange spesso morti innocenti. A volte uno, a volte cinque, altri volte sette. Troppi in ogni caso. Il flusso di arrivi è continuo e quando le condizioni del mare lo permettono gli approdi aumentano”, dice adesso l’arcivescovo. “La piccola comunità di Lampedusa fa quel che può – aggiunge – e, pur se il contatto con la popolazione è inesistente, perché con l’emergenza pandemica questi nostri fratelli e sorelle sostano sul molo Favaloro, vengono trasferiti nel centro di accoglienza e da lì sulle navi, la pressione emotiva sull’isola si sente”.

“E’ sotto gli occhi di tutti che il fenomeno è infinitamente più grande” di quanto è nelle possibilità di un’amministrazione locale. Arrivavano dal Bangladesh, dall’Egitto, dal Sudan i 280 soccorsi nella notte dagli uomini della Guardia costiera e della Guardia di finanza.  “Un viaggio assurdo, passano dalla Libia e sbarcano poi in un fazzolettino di terra al centro del Mediterraneo – sottolinea l’arcivescovo -. Servirebbe uno sguardo attento dell’Europa, rapporti con i governi di partenza e soluzioni che consentano a queste persone di partire in modo sicuro e legale, togliendoli dalle mani dei trafficanti di esseri umani che prosperano in questa situazione e rendono chi cerca una vita migliore una vittima”. Una soluzione passa dai corridoi umanitari. “Potrebbe sembrare una goccia nell’oceano, ma questo sistema va ampliato. Indica una via, una strada da percorrere perché quella dei muri non porta da nessuna parte: i muri tengono fuori l’altro e imprigionano chi è all’interno. E a furia di chiudersi l’Europa morirà. Adesso è arrivato il tempo di affrontare un fenomeno, che è ridicolo ancora, dopo 20 anni, continuare a definire emergenza”, conclude l’arcivescovo.