Mafia, relazione della Dia: “Confermata la coesistenza di cosa nostra e stidda”

E’ stata resa nota la relazione semestrale (giugno – dicembre 2021), della Direzione Investigativa Antimafia. Il documento “fotografa” l’attuale situazione della criminalità organizzata. In provincia di Agrigento si conferma la coesistenza di cosa nostra e stidda.

“Si tratta di due realtà mafiose storicamente radicate nel territorio sempre pronte alla individuazione e alla spartizione delle attività criminali da perpetrare sul territorio di competenza così come confermato anche dall’indagine conclusa lo scorso semestre denominata Xidy. Al riguardo è bene precisare che l’inchiesta ha messo in luce alcune pericolose frizioni tra esponenti ai vertici di cosa nostra e vari soggetti della criminalità organizzata di matrice stiddara operante a Palma di Montechiaro, a causa del controllo di lucrose illecite attività. Tali avvenimenti potrebbero nel tempo mettere in discussione il tacito accordo di non belligeranza che vige da anni oramai nella Valle dei Templi. A cavallo degli anni ’80 e ‘90, infatti, si scatenò una versa e propria guerra fra cosa nostra e la stidda. Il sanguinoso conflitto alla fine vide prevalere cosa nostra agrigentina, supportata dai corleonesi. Gli stiddari perdenti nel tempo furono capaci di ricompattarsi e di trasferire i loro interessi nel nord Italia trasformandosi in un’organizzazione più propensa agli “affari” che a commettere delitti basati sulla violenza. Uno degli stiddari del tempo già considerato dal giudice Giovanni Falcone il trait d’union tra la stidda isolana e alcuni gruppi operanti in Lombardia è stato tratto in arresto nei pressi di Madrid (Spagna) il 17 dicembre 2021, dopo una latitanza che durava oramai da vent’anni. Il boss, considerato uno dei 20 latitanti più pericolosi d’Italia già in passato riuscì ad eludere le carceri italiane rifugiandosi in Spagna dove venne successivamente arrestato ed estradato. Contrasti potrebbero scaturire, inoltre, dal ritorno in libertà di boss e/o gregari determinati a riconquistare il proprio ruolo all’interno dell’organizzazione”.

“La citata indagine Xydy ha anche appurato ‘…continui e strettissimi…’ contatti tra alcuni esponenti di spicco agrigentini con sodali di altre province siciliane finalizzati alla organizzazione e alla gestione di importanti business a rinnovata conferma ‘…del ruolo fondamentale rivestito delle cosche agrigentine nelle dinamiche dell’intera cosa nostra isolana’. Essa continua quindi a rivestire un ruolo di supremazia sul territorio82 apparendo come un’organizzazione strutturata e ancorata alle tradizionali regole mafiose in stretta connessione con le omologhe articolazioni mafiose catanesi, nissene, palermitane, trapanesi e di oltreoceano. Pregresse attività di indagine hanno poi documentato intense relazioni anche con le cosche calabresi. In tale contesto criminale, in ne, risulterebbero attivi anche alcuni gruppi strutturati su base familiare quali le famigghiedde e i paracchi che agiscono secondo le tipiche logiche mafiose operando autonomamente rispetto a cosa nostra e alle consorterie stiddare. Sebbene strutturalmente basata sulla atavica suddivisione mandamentale la citata indagine Xydy ha messo in evidenza alcune variazioni sull’organizzazione territoriale di cosa nostra agrigentina documentando il transito della famiglia mafiosa di Licata dal mandamento di Palma di Montechiaro a quello di Canicattì. Giova evidenziare che negli ultimi anni si sta assistendo al particolare fenomeno dell’emigrazione criminale basata sulla determinazione della ma a agrigentina di trasferire i propri interessi illeciti al di fuori dei tradizionali con ni di competenza”.

“Analizzando il fenomeno mafioso nella provincia si può affermare che nella quasi totalità delle attività investigative poste in essere nel recente passato emergono innumerevoli eventi estorsivi a cui fanno generalmente seguito le intimidazioni che rappresentano una fonte primaria di sostentamento oltreché un importante strumento di controllo del territorio così come avviene per il traffico di sostanze stupefacenti. Nel semestre l’operazione Piramide conferma l’attivismo della criminalità agrigentina in quest’ultimo settore. L’indagine conclusa dai Carabinieri il 27 dicembre 2021 ha consentito di disarticolare un’organizzazione criminale dedita al traffico di cocaina e hashish nei territori di Agrigento e Caltanissetta. Benché allo stato gli indagati non siano ritenuti affiliati o comunque vicini ad ambienti ma osi non è difficile ipotizzare che nell’illecita condotta considerando i territori ad alta densità ma osa ove avveniva il traffico potrebbe essere presente un’occulta regia di cosa nostra. Altro settore di interesse ma oso è quello del controllo del gioco d’azzardo”.

“Da anni le mafie tradizionalmente opportuniste, e costantemente alla ricerca di nuove modalità di arricchimento considerano lo specifico settore oltre che fonte primaria di guadagno verosimilmente superiore al traffico di stupefacenti, alle estorsioni e all’usura, uno strumento che ben si presta a qualsiasi forma di riciclaggio. Nel semestre la lotta alla criminalità organizzata si è concretizzata anche con l’emissione da parte della locale Prefettura di alcuni provvedimenti interdittivi nei confronti di società a serio rischio di infiltrazione mafiosa. Al riguardo si segnala che l’operazione Waterloo conclusa a cavallo tra la ne dello scorso semestre e l’inizio di quello in esame, ha evidenziato gravi forme di illegalità diffuse nella provincia ad ogni livello. Nel dettaglio queste ultime riguardavano la gestione della società erogatrice del servizio idrico integrato per la Provincia di Agrigento già colpita da un provvedimento interdittivo nel novembre 2018. L’indagine condotta dalla Dia, dalla Guardia di finanza e dai Carabinieri in definitiva ha svelato una “gestione criminale” dei vari rami d’azienda posta in essere dalla governance della società accusata di associazione a delinquere finalizzata alla perpetrazione di delitti contro la Pubblica Amministrazione, frode in pubbliche forniture, furto, ricettazione, reati tributari, societari e in materia ambientale e truffa ai danni di privati”.

“Nel territorio provinciale in passato si erano verificati numerosi episodi in grado di orientare le scelte degli Enti locali per l’aggiudicazione degli appalti pubblici attraverso l’infiltrazione, il condizionamento o la corruzione. Pratiche che hanno rilevato la capacità della ma a girgentina di fare affari con quella cerchia di personaggi i quali spinti da facili e lucrosi guadagni agevolano sempre più le condotte criminali mafiose. Nel contesto criminale agrigentino continuano in ne a operare gruppi di matrice etnica per lo più maghrebini, egiziani e rumeni tollerati dalla ma a in quanto dediti a illeciti non di diretto interesse mafioso quali il riciclaggio di materiale ferroso, traffico di esseri umani per lo più dal nord Africa, sfruttamento della prostituzione e spaccio al dettaglio di sostanze stupefacenti”.