L’attrice agrigentina Silvia Frenda: “Il teatro per me è necessario”

Potrebbe essere la protagonista di un racconto gotico, o una nuova Artemide, indipendente, coraggiosa e pronta a scoccare la freccia verso i suoi obiettivi. Silvia Frenda ha una grande fluidità e sensibilità interiore ed incarna la dimensione artistica e creativa delle donne. Al punto da divenire per molti registi fonte d’ispirazione. In lei emerge l’aspetto mistico, misterioso e trascendente dell’universo femminile. Estasi, arcano e spiritualità fanno parte della sua molteplice personalità dal tratto evanescente e fortemente contemplativa. È attratta dall’Estetica del Brutto di Rosenkranz, per il tentativo di sistematizzare il brutto come espressione naturale e artistica. Adora Edagar Alan Poe, per la capacità di scavare nella profondità dell’animo umano; per Silvia, infatti, l’autore statunitense ha saputo, come pochi altri, descrivere il senso dell’orrore e del mistero nascosto nella realtà.

L’attrice agrigentina potrebbe essere la protagonista di un film di Alfred Hitchcock. La donna che visse due volte, per esempio: Madeleine e Judy. Il tema del doppio è molto presente nella sua personalità; Sole e Luna insieme. Dottor Jekyll e signor Hyde. Una donna, dunque, protesa verso una ricerca postmoderna del sé, in un processo metafisico volto ad una comprensione più estesa dell’io. Non si spiegherebbero, d’altronde, i suoi autoritratti fotografici nei quali l’attrice non rappresenta qualcosa, ma è qualcosa.

Romantica e a tratti melanconica, l’attrice debutta nel 2006 al Teatro della Posta Vecchia di Agrigento con lo spettacolo “Legittima difesa – dossier”. Un ruolo evanescente: “Interpretavo una trasportatrice di anime”. Poi è stata una Giovane Madre nel film “Un Santo senza parole”, una creatura mistica nello spettacolo Il suono del Silenzio. Ed ancora l’Ignota, Donata Genzi ed Ersilia Drei di pirandelliana memoria. A Maggio la rivedremo sul palcoscenico del Pirandello nel ruolo di Chiara, in “Ombre” per la regia di Gaetano Aronica.

La prima domanda è di rito: chi è veramente Silvia Frenda?

(Prima di rispondere sorride….) “Silvia è una donna abbastanza complessa, ma allo stesse tempo anche molto semplice, alla perenne ricerca di cose che non riesce ancora a trovare e che, probabilmente, troverà solo quando finirà di esistere. Profondamente curiosa ed entusiasta della vita, una pulsione vitale che le permette di vivere ed amare profondamente. Silvia è anche una ragazza molto solare, ma anche piena di Luna. Una creatura più notturna che solare. Abbiamo sempre delle tenebre dentro e non dobbiamo mai aver paura dell’abisso.”

L’abisso, però, è una dimensione umana misteriosa e insondabile?

“Sono stata influenzata dalla letteratura che amo; Lovecraft è un maestro in questo, o Edgar Alan Poe. Questa è la mia poetica, il mio modo di essere e il mondo che voglio scoprire, anche attraverso il teatro.”

Una dimensione poetica della vita?

“La poetica è qualcosa che si avvicina al sacro. Per me la poetica è Francesco d’Assisi che ci ricorda che l’umanità ha dimenticato la semplicità, così vicina a Dio ed alla natura. La riteniamo banale! La poetica è anche Mariangela Gualtieri, che mi evoca cose bellissime e mi emoziona con il suo messaggio universale. L’infinito di Giacomo Leopardi, un’opera straordinaria. Infine, il contrasto realistico, ma insieme stilizzato e metafisico, del sonetto “S’i’ fosse foco” di Cecco Angiolieri.”

Il senso di Silvia per il teatro?

“Il teatro per me è necessario, mi aiuta a scoprirmi sempre di più, a crescere ed a conoscere aspetti nuovi ed inediti della mia personalità. Un processo, a volte doloroso, che mi aiuta a guarire. Quasi salvifico! Un po’ come andare in analisi. Il teatro per me ha, anche, una funzione sacra che mi aiuta ad entrare in contatto con percezioni sottilissime ma molto forti. Sacralità e fede insieme.

C’è un ruolo che ti piacerebbe interpretare?

“Ho sempre pensato che i ruoli complessi sono quelli che più mi assomigliano. Mi spingono ad una ricerca e ad uno studio enorme, a tal punto da coinvolgermi in maniera profonda.”

Un esempio?

“ Mi piacere interpretare la parte di un feroce serial killer o di chi è affetto da una complessa malattia mentale. Personaggi che hanno dentro di sè un’oscurità ed una complessità che riservano un mistero umano. Così come ho sempre pensato di essere perfetta per gli horror. Amo i cult horror anni ’60, ’70 e ’80 che rivedo e studio sempre volentieri. Sono ruoli fondamentali che arricchiscono la conoscenza. È per me necessario misurarmi con questa curiosità legata, credo, a quando studiavo filosofia e che riguardano l’estetica come scienza della conoscenza sensibile, con tutte le categorie che ne susseguono.”

Ti riferisci alla bellezza, alla grazia, alla venustas latina?

“ A questi canoni ci siamo abituati. Mi riferisco, invece, alla relatività del bello. Ovvero, un canone estetico che non appartiene al bello. C’è un testo che mi ha veramente appassionata e che rappresenta una nuova indagine sull’estetica. Mi riferisco al testo di Karl Rosenkranz, “L’ Estetica del Brutto” che elenca tutte le categorie del brutto, come il sinistro, il grottesco, etc. Ad esempio, pensate allo sguardo febbrile, gli occhi conservano un elemento languido che è molto affascinante e che, in qualche modo, in uno stato di malessere, rappresenta la bellezza. Credo che la mia curiosità parta proprio da questo. Ecco perché il mio interesse per i ruoli scomodi. L’attore ha il desiderio di conoscere lati e profondità dell’abisso umano.”

Ho letto che sei appassionata di fotografia..

“Ricordo il periodo in cui non facevo ancora teatro e riempivo questa assenza con la fotografia, in particolare con l’autoritratto. Desideravo conoscere quel che di me non mi piaceva. Fondamentalmente non mi piaccio, non credo di essere bella. Attraverso la fotografia ho sempre cercato di osservarmi bene; gli occhi, il profilo, la bocca, il naso, lo sguardo. E’ lo studio della fisiognomica, per dirla alla Battiato. Una sensazione interiore che devo soddisfare, fatta di musica, di luce e di oscurità.”

Teatro, fotografia e…?

“Amo molto la danza in tutte le sue forme, fino a scoprire recentemente il Teatrodanza , il Tanztheater di Pina Bausch. Ma anche la pittura, il canto ed il cinema. Sono cresciuta con i film americani, che ho sempre amato, adoro Winona Ryder, Meryl Streep e Glenn Close. Seguivo, soprattutto, la Ryder, mi incuriosivano le sue espressioni facciali, il suo modo di toccarsi i capelli ed anche le sue scelte artistiche che ho sempre condiviso. Dal punto di vista maschile, invece, mi piacciono River Phoenix, Joaquin Phoenix, William Hurt, sono rimasta incantata dal film Figli di un dio minore, Kevin Kline e, poi, Gary Holdman, stavo dimenticando il mio preferito in assoluto, soprattutto nel film Dracula, io ho un rapporto particolare con i vampiri, c’è tutta una mia visione.”

In questi ultimi anni hai recitato molto con la compagnia del Pirandello. Oggi ti senti più matura?

“E’ stata una grande esperienza in un mio periodo di crisi. Ho fatto un provino con Gaetano Aronica e da li è partito tutto il lavoro. Ho dei ricordi molto belli fatti di grande vita, di rinascita, di consapevolezza e di sicurezza. Ho capito che voglio continuare su questa strada. Un ricordo di luce e di grande bellezza.”

Torni al Pirandello con Ombre di Aronica. Qual è il tuo ruolo?

“Interpreto Chiara, la figlia del giudice Domenico Salemi. Chiara è una ragazza di 28 anni, molto simile a me, complessa ed esuberante. Ha una grande capacità di gestire il fratello con il quale ha un rapporto particolare fatto di scontro e di amore. Chiara decide di studiare arte a Parigi, perchè sente la voglia di emanciparsi dalla figura paterna forte ed imponente che tende a sublimare.”

Secondo te il teatro agrigentino esprime tutte le sue potenzialità?

“Negli ultimi 5 anni ha fatto dei passi enormi, una sorta di miracolo. Ma devo segnalare che le opere che vengono proposte sono solo per compiacere il pubblico. Fare teatro non è compiacere il pubblico ma comunicare qualcosa di profondo. Credo che ad Agrigento manchi un teatro coraggioso che proponga con audacia nuove idee. Il teatro dovrebbe spingersi di più. Un esercizio che bisognerebbe fare, accogliere e, soprattutto, praticare, più che raccontare”

Progetti futuri?

“Mi auguro di continuare a lavorare per il Pirandello, ci tengo a dirlo. Per me è una casa. Tutti noi stiamo bene nelle nostre case, dove abbiamo i nostri ricordi più belli. Ho anche progetti importanti per il cinema e la televisione che, per ovvi motivi, non posso ancora svelare. Poi, per il resto, non so cosa accadrà.”

Sogni nel cassetto?

“Mi piacerebbe crescere a livello attoriale. Ed essere anche riconosciuta da un pubblico più vasto. Non per vanità, ma per capire se sono veramente all’altezza. Fare l’ attore è difficoltoso, mette in moto l’emotività, le proprie sensazioni. Non è roba facile! Per noi esseri umani è più semplice scappare da queste cose. Io le voglio guardare in faccia ed è questo il motivo principale che mi spinge a fare l’attrice”.