La politica si occupi dell’immigrazione al netto dei calcoli di bottega

Le affermazioni dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, con le quali si dice pronto a comparire davanti ai magistrati di Agrigento e a difendere il suo modo di gestire l’accoglienza degli immigrati salvati in mare, sottolinea la necessità di occuparsi del fenomeno con toni più pacati e operando alcuni distinguo.
«Se non ci si ostinasse a coltivare speculazioni politiche, si dovrebbe riconoscere che il fenomeno delle migrazioni è inesorabile e che misure come la chiusura delle frontiere o la costruzione di muri sono ispirate a un meschino tentativo di garantirsi effimeri consensi elettorali, ma sono inattuabili e autolesioniste».
Così argomentava Umberto Curi, professore emerito di Storia della Filosofia all’Università di Padova, in un’intervista di un paio di anni fa mentre cresceva in diverse aree del pianeta la tentazione di chiudere le porte di fronte a flussi migratori sempre più massicci.
Difficile contestare queste ragionevoli riflessioni ma non c’ dubbio che proprio alla politica spetta il compito di trovare le giuste misure per affrontare e gestire un fenomeno così complesso e di queste dimensioni.
Non è certo questa la sede per disquisire sul mancato impegno dell’Europa o su come gestire le politiche di integrazione. Tuttavia, ci sono principi non negoziabili che impongono rispetto verso ogni essere umano distinguendo due concetti fondamentali, come ci insegna chi frequenta il mare:  una cosa è l’accoglienza e le politiche con le quali si vuole declinarla, altro è,  come ricordava nel suo accorato appello di poche ore fa il Cardinale Montenegro, salvare le persone che rischiano la vita e metterle al sicuro.