Investigatore rilancia ipotesi: I cellulari di Falcone erano clonati?

Legalità: sarà la parola“chiave” di questa settimana, segnata dal ricordo per i 26 anni dalla strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice del pool antimafia, Giovanni Falcone, la moglie, magistrato pure lei, Francesco Morvillo e  tre agenti di scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo.

Una strage ordinata dalla mafia. Ventisei anni dopo tante, troppe cose non tornano nella dinamica dell’agguato e nella ricostruzione dei giorni di quella primavera del 1992, l’anno che cambiò per sempre la storia d’Italia. Ad aiutare Edoardo Montolli – secondo quanto scrive Il Giornale – c’è un testimone speciale, anzi due: I diari di Falcone (due agende elettroniche) che Gioacchino Genchi e l’ingegnere Luciano Petrini avevano depositato a Caltanissetta nel 1992. Alcuni elementi per esempio riscrivono l’agguato. «Tutti i pentiti – dice Montolli – sostennero infatti di aver pedinato l’auto che andava a prendere il giudice a Palermo negli ultimi quindici giorni e di aver scoperto così che Falcone scendeva a Palermo di sabato. Circostanze smentite dalle agende. Come facevano allora i mafiosi a sapere che il giudice era atterrato quel giorno?». Ed ecco l’ipotesi più agghiacciante: «Forse i loro telefonini erano clonati». In effetti un cellulare con numero 0337 in mano agli stragisti di Capaci ufficialmente rubato e non più funzionante, poco prima che Falcone salisse sull’aereo che lo portava a Palermo il 23 maggio 1992, chiamò tre volte negli Stati Uniti, l’ultima per quasi nove minuti. Telefonate che tutti i pentiti hanno negato di aver fatto. Chi usò allora quel telefono? Peraltro il commando che prese parte alla strage, a parte Brusca, era composto di mafiosi di secondo e terzo piano, alcuni dei quali nemmeno avevano mai visto Totò Riina.

L’avvocato dell’attendente di Riina Salvatore Biondino rivela: «In un colloquio durante una pausa del primo processo di Caltanissetta, attraverso le sbarre, in uno sfogo mi disse: Avvocato, ma è mai possibile che un attentato cosi importante lo abbiamo fatto noi, quattro sprovveduti?». Anche nei diari di Falcone c’è un buco: stranamente entrambe le agende elettroniche del giudice, su cui era annotato ogni suo impegno (perfino successivi alla sua morte) solo nel mese di marzo 1992 risultano completamente vuote. Eppure proprio a marzo la strana «circolare dei prefetti» allertava su un piano di destabilizzazione volto a colpire l’Italia, con attentati (puntualmente avvenuti) tra marzo e luglio.

La notizia era emersa il 18 marzo (poco dopo il delitto di Salvo Lima del 12 marzo) giorno in cui Falcone si trovava a Palermo con Paolo Borsellino e con il presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Ma sulle agende non c’è traccia. Poi c’è la famosa pista che porta agli Stati Uniti e alla visita «fantasma» di Falcone a Washington – sempre seccamente smentita dal ministero della Giustizia nonostante diversi testimoni – tra la fine di aprile e gli inizi di maggio 1992 quando i suoi cellulari non chiamarono né ricevettero telefonate. Un possibile testimone oculare si è rifiutato di parlare all’autore. L’ipotesi è che Falcone vide Tommaso Buscetta, che poco tempo dopo, dal suo rifugio negli Stati Uniti, fu in grado di profetizzare le stragi del 1993 prima ancora che i Corleonesi decidessero di attuarlo. «E se Buscetta avesse saputo del piano e ne aveva messo al corrente il giudice? – si chiede Montolli.



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