Il lavoro dopo il Covid-19 vera questione sociale

Più volte in questi giorni abbiamo sentito la frase “dopo il Coronavirus niente sarà come prima”. Sperando che possiamo presto superare questo stato di emergenza sanitaria, viene da chiedersi come sarà domani il lavoro, le cui modalità già oggi per motivi contingenti vengono profondamente stravolte.

Forse è opportuno interrogarsi sul nostro rapporto con il lavoro e quale ruolo va assumendo nella nostra vita, anche alla luce di quanto accaduto in queste ultime settimane.

Un contributo alla riflessione su questo tema può senz’altro venire da una rilettura dell’enciclica Laborem exercens di Giovanni Paolo II sul lavoro umano del 14 settembre 1981.
Un documento che si colloca in un contesto sociale ed ecclesiale  che va tenuto in considerazione per meglio apprezzarne il radicamento, la portata e il senso, ma che assume oggi un valore profetico.

Nel momento in cui viene scritta l’enciclica, ci troviamo in un contesto nel quale  la società assiste a profondi cambiamenti delle forme lavorative, di cui la Chiesa prende atto e ne fa oggetto della sua riflessione, con riferimento anche alle moderne tecnologie che  entrano a far parte del processo lavorativo determinando trasformazioni considerevoli a livello di produzione, strutture e relazioni lavorative.

L’enciclica è inoltre particolarmente attenta alla crescita inquietante della disoccupazione. Un fenomeno, che non è più congiunturale o ciclico, ma strutturale e permanente.

Se Giovanni Paolo II, che in gioventù aveva vissuto personalmente delle esperienze in questo senso, sceglie di affrontare il tema del lavoro, lo fa non tanto per raccogliere e ripetere ciò che è già contenuto nell’insegnamento della Chiesa, ma piuttosto per mettere in risalto il fatto che il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale.

E oltre ad avere messo in risalto le dovute tutele per il lavoro femminile, il papa ribadisce che le novità nel mondo del lavoro sono valide in virtù degli effetti che esse hanno sui lavoratori.
In questa direzione l’enciclica chi ricorda che il lavoro è un bene prima ancora che un diritto o un dovere e che rappresenta la chiave di lettura dei cambiamenti sociali.