Il film capolavoro di Sorrentino, “LA GRAZIA”, è una di quelle magie cinematografiche capaci di farmi perdere il dono descrittivo della sintesi e di trascinarmi, pertanto, lungo i sentieri delle parole e dei ragionamenti, un po’ come quando, da studente liceale, alla prova d’italiano, consegnavo spesso temi dalla portata di 10–11 pagine.
In programmazione fino a mercoledì 4 febbraio
Multisala Ciak – spettacolo unico ore 18.00
Solo un Genio (di cui la Nazione deve andare fiera) può confezionare un “prodotto” di così sopraffino valore: un contenitore di richiami a tanti temi di grande impatto sociale e sociologico, etico e religioso, esistenziale e antropologico, giuridico e politico.
Politico, certo. Soprattutto politico, perché è un film dal quale “sguscia” inaspettatamente questo aspetto che mette la politica (in senso lato) con le spalle al muro, ricordandole la necessità di decidere, a cominciare da chi ricopre la massima carica dello Stato, protagonista del film e vertice massimo della Nazione.
Tutto ruota attorno a un’espressione, a una domanda che, nelle fredde stanze del Quirinale, la figlia pone al padre vedovo, Presidente della Repubblica Italiana:
«Di chi sono i nostri giorni?»
È una domanda impegnativa e, al tempo stesso, provocatoria, rivolta a chi, alla fine del suo mandato, è chiamato a firmare due richieste di grazia e la legge sull’eutanasia. Ed è ancora più difficile se il soggetto, soprannominato “cemento armato”, è un Presidente democristiano, intriso di cultura cattolica, amico personale di un Papa nero, apparentemente riformista ma rivelatosi, in corso d’opera, pesantemente conservatore.
Ulteriormente complesso se il Presidente è poco incline alle aperture del tempo moderno e imprigionato tra articoli e commi del diritto penale e civile.
Ma c’è un momento che rappresenta il cuore del film, il perno, il pilastro, l’epicentro emotivo: la scena in cui egli fissa gli occhi teneri di un cavallo della “sua” scuderia, improvvisamente stramazzato a terra e agonizzante. Gli chiedono se sia il caso di abbatterlo. La risposta è no.
Quella risposta lo riconduce alla domanda della figlia, alla sua pesantezza:
«Di chi sono i nostri giorni?»
La morte naturale del cavallo segna il Presidente e comincia ad attenuare l’ingombro giuridico, che via via si esaurisce a vantaggio della dimensione umana del personaggio. Recupera la vita reale, l’anima, fino ad allora sacrificata ai commi del diritto e a una proiezione più nell’aldilà che nella concretezza dell’esistenza.
A tal punto che persino la musica rap, ascoltata dalla figlia nelle grigie stanze del palazzo, riesce a farsi spazio nella sua vita. Sorrentino si supera quando fa rappare al Presidente le barre de “Le bimbe piangono” (2015) di Guè.
Un Presidente che passa dai manuali di diritto al rap: intuizione geniale da Oscar. Peraltro Guè cita lo stesso Sorrentino nel brano:
«Sorrentino non avrebbe fatto un ciak migliore,
chiedo dopo perdono, non prima per favore».
Il Presidente, prossimo alla scadenza del mandato, impara a rappare con le cuffie agli orecchi. Quella canzone diventa la colonna sonora del suo ultimo semestre. È un salto straordinario dall’Istituzione alla strada, dalle stanze del potere alle viscere della vita reale, dove non incontri codici ma sofferenze, sentimenti, pianti veri.
In quel rap c’è il coraggio necessario per apporre una firma che pesa, giusta o sbagliata che sia, ma frutto di una riflessione profonda, di una riconciliazione con il mondo reale, letto negli occhi di quel quadrupede sofferente.
C’è anche un’altra prospettiva virtuosa:
«C’è un tempo in cui i figli seguono i genitori,
poi arriva il tempo in cui i genitori devono seguire i figli.»
La figlia quella firma la voleva, prima della fine del mandato. E Sorrentino compie due miracoli insieme: porta il rap nelle stanze più alte delle istituzioni, sdoganandolo da critiche superficiali, e compie verso le nuove generazioni un atto di fiducia autentica.
Uscito dal Palazzo, il Presidente si riconnette alla vita reale: dalla ceramica istituzionale alla pizza d’asporto, dalle scrivanie monumentali alle videochiamate con i figli. Chiede al figlio di ascoltare la sua ultima composizione musicale. Chiude gli occhi. La musica annulla la gravità, come per un astronauta nello spazio.
È leggerezza, non superficialità: una riconciliazione con il presente e con il futuro, uno stato di Grazia che coincide con la normalità.
Il film si chiude con una scena semplice e dirompente: l’ex Presidente che sorseggia rumorosamente un brodino, lontano dai corazzieri, dai protocolli, dalle forme. Finalmente dentro uno stato di Grazia pienamente recuperato.
In conclusione, il film esalta il dubbio, non la certezza; la riflessione, non l’estemporaneità. Il regista rivendica il dubbio come forma suprema di intelligenza morale, in un tempo storico in cui si sbandierano troppe certezze isolate e, spesso, dubbie. Carmelo Sgarito
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