Beatificazione Livatino, i vescovi di Sicilia: “Dal suo sacrificio tante cose sono cambiate, ma non abbastanza”

Se sembra finito il tempo del grande clamore con cui la mafia agiva nelle strade e nelle piazze delle nostre città, è certo che ha trovato altre forme per infiltrarsi nei vari ambiti della convivenza umana, continuando a destabilizzare gli equilibri sociali e a confondere le coscienze. E’ , in sintesi, il messaggio che i vescovi siciliani hanno voluto diffondere in occasione della Beatificazione di Rosario Livatino, il 9 maggio. “Di fronte a tutto questo non possiamo più tacere- scrivono ancora i vescovi- ma dobbiamo alzare la voce e unire alle parole i fatti: non da soli ma insieme, non con iniziative estemporanee ma con azioni sistematiche. Solo così il sangue dei Martiri non sarà stato versato invano e potrà fecondare la nostra storia, rendendola, per tutti e per sempre, storia di salvezza.” Con beatificazione di Livatino ci viene offerto un modello nuovo e dirompente di santità: un modello insolito, che aggiunge ai canoni tradizionali del concetto di santità i connotati dei «santi della porta accanto», con la loro attualità e la loro concretezza, ma soprattutto con l’originalità della loro specifica missione, vissuta coerentemente per diventare più umani in se stessi e più fecondi per il mondo”. Il ricordo di Livatino porta con sè quello di un altro martire della mafia: il Beato Pino Puglisi. “Nella lunga schiera di profeti e martiri del nostro tempo e della nostra terra- continuano i vescovi- impariamo che la santità ha il sapore della speranza che non si arrende, della coerenza che non si piega e dell’impegno che non si tira indietro, perché ogni angolo buio del mondo — compreso il nostro — abbia l’opportunità di rialzarsi e guardare lontano. Già nella lettera che vi abbiamo indirizzato in questo stesso giorno di tre anni fa, nel venticinquesimo anniversario dello storico appello lanciato da San Giovanni Paolo II alla Valle dei Tempi di Agrigento, abbiamo accostato il Parroco Puglisi e il Giudice Livatino, indicandoli come «testimoni esemplari della conversione dalle parole ai fatti che deve avvenire in seno alla Chiesa» . È l’eredità di chi ha trovato il coraggio della libertà, squarciando il silenzio della connivenza e decidendo di parlare chiaramente, non solo con parole tecniche mutuate dai linguaggi umani, ma soprattutto con la parola del Vangelo. Con questo tratto che li ha accomunati, pur nella diversità del loro stato di vita e nella specificità del loro ambito di azione, i due Beati Martiri — il Parroco e il Giudice — hanno parlato senza mezzi termini delle mafie e alle mafie. E così hanno contribuito ad avviare il processo di riformulazione del discorso ecclesiale sulle organizzazioni di stampo mafioso, ma anche di quello rivolto direttamente agli uomini e alle donne che vi aderiscono: processo che il “grido del cuore” di Giovanni Paolo II ha poi formalmente fondato, come abbiamo scritto nella lettera del 2018. Questi due discorsi non si possono interrompere né si possono disgiungere. Non si possono interrompere, perché tacere è la prima strategia del male. I due discorsi, inoltre, non si possono disgiungere. Limitarsi a parlare di mafia senza tentare di raggiungere i mafiosi rischia di ridursi alla condanna e alla presa di distanza, che sono necessarie ma non bastano; d’altro canto, spingersi a parlare con i mafiosi senza una riflessione seria e comunitaria sulla mafia rischia di esporre al suo fascino ammaliante e al suo potere manipolatore. Per questo nella lettera del 2018 abbiamo segnalato che, oltre a «prendere le distanze dal “silenzio”» occorre dare al discorso ecclesiale sulle mafie il suo «timbro peculiare», per evitare di renderlo «più descrittivo che profetico» . Ecco l’eredità di Livatino, di Puglisi e di 3 innumerevoli altri fratelli e sorelle, che non saranno mai elevati agli onori degli altari, ma che hanno scritto pagine indelebili di storia ecclesiale e civile, anche ai nostri giorni e anche nella nostra Sicilia! Purtroppo dobbiamo riconoscere che, al di là di alcune lodevoli iniziative più o meno circoscritte, le nostre Chiese non sono ancora all’altezza di tale eredità. Il 19 aprile 1992, tra l’omicidio del Giudice Livatino e la visita del Papa, mentre in tutta la Sicilia si consumavano i più efferati delitti di mafia, la Chiesa Agrigentina ha pubblicato il documento Emergenza mafia. Un problema pastorale, a firma del Consiglio Pastorale Diocesano. Dopo una ricostruzione storica volta a individuare i due aspetti complementari del fenomeno — l’organizzazione criminale e la diffusa mentalità — il documento passava in rassegna la responsabilità personale e collettiva del silenzio e della connivenza, i segnali per riconoscere la mentalità mafiosa come pratica disumana e antievangelica e il dovere della testimonianza e della profezia nella comunità cristiana oggi . Da questa consapevolezza dobbiamo ripartire, considerando che in questi trent’anni tante cose sono cambiate, ma non sono ancora cambiate abbastanza. “