Archiviata inchiesta Prg Agrigento, Procura : “Non abbiamo trovato prove di corruzione”

Nonostante tutti gli sforzi investigativi profusi, gli inquirenti, non si è riusciti a raggiungere la prova delle corruzioni ipotizzate anche se di corruzioni spesso si parlava.

Finisce così, nel nulla, l’inchiesta scattata nel 2015, quando la Procura di Agrigento, nel 2015 aprì un fascicolo per indagare su presunte truffe legate al prg, mai approvato del Comune capoluogo.

E così è scattata la richiesta di archiviazione per tutti che è stata accolta dal Gip del Tribunale di Agrigento, Alessandra Vella.

In principio furono le accuse lanciate dall’ex vicepresidente del Consiglio comunale, Giuseppe Di Rosa che, senza mezzi termini, paventò che dietro la redazione e approvazione del Piano regolatore generale di Agrigento potessero esserci mazzette pagate da imprenditori, a funzionari comunali, amministratori, uomini potenti dal passato politico di primo piano, imprenditori senza scrupoli pronti a tutto pur di ottenere quanto cercavano.
La Procura di Agrigento, nel 2015 aprì una delicatissima e inevitabilmente difficile inchiesta a caccia di corrotti e corruttori.

Venne sequestrata una registrazione audio di un colloquio tra lo stesso Di Rosa e l’on. Angelo La Russa, suocero dell’allora sindaco Marco Zambuto. Vennero intercettati tutti i protagonisti, alcuni involontari, della vicenda e venne anche interrogato l’ex assessore e consigliere comunale Michele Mallia che di Piano regolatore abusivismo, abusivi ed abusi aveva grandi conoscenze. Furono iscritti nel registro degli indagati: Angelo La Russa, 81 anni, ex deputato nazionale e regionale; Marco Zambuto, ex sindaco di Agrigento 45 anni; Domenico Sinaguglia, 62 anni, funzionario comunale; Paolo Vattano, 67 anni, imprenditore edile; Salvatore Li Causi, 53 anni, imprenditore edile; Gaetano Greco, 61 anni, dirigente Utc; Giuseppe Pullara, 69 anni, imprenditore edile di Favara.
Le accuse, in concorso, ipotizzate: corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio; uso abusivo di sigilli e strumenti veri, associazione per delinquere; turbata libertà del procedimento di scelta del contraente (solo per Li Causi)
Poi, mentre erano intercettati, tutti gli indagati, vennero interrogati con la Digos della Questura di Agrigento che contemporaneamente controllava passo passo gli imprenditori che al telefono parlavano parecchio.

Tra le pagine della richiesta emergono passaggi significativi e preoccupanti laddove si scrive: “In conclusione delle attività espletate è emerso un quadro complessivo di inquietante commistione tra interessi privati e pubbliche funzioni, all’interno del quale un ruolo decisivo è stato ricoperto da imprenditori edili immediatamente interessati ad ottenere l’adozione degli strumenti necessari per l’avvio della fase esecutiva dei piani costruttivi di edilizia convenzionata. Tuttavia gli elementi di cui si dispone non consentono, come detto, di qualificare il quadro indiziario a carico degli odierni indagati come connotato da una gravità tale da giustificare l’esercizio dell’azione penale rendendo, prognosticamente, non utile un successivo approfondimento dibattimentale che, oltre ogni ragionevole dubbio, possa determinare l’affermazione di responsabilità a carico degli stessi”.
A questa amara conclusione si giunge dopo che gli atti del procedimento mostrano spaccati di sicure ribalderie.
Scrive la Procura: “Dalle intercettazioni ambientali effettuate all’interno dell’autovettura in uso a Paolo Vattano si acquisivano informazioni di particolare interesse circa possibili distorsioni nell’esercizio della pubblica funzione che, tuttavia, pur astrattamente integranti gravi fattispecie corruttive troverebbero collocazione temporale in un periodo per il quale sarebbe interamente decorso il termine di prescrizione.
In molteplici conversazioni l’indagato, infatti, fa esplicito riferimento ad ingenti somme di denaro corrisposte a consiglieri delle passate legislature proprio per condizionare l’iter di approvazione del nuovo Prg, il cui schema di massima avrebbe subito progressivi stravolgimenti per soddisfare le pretese di taluni personaggi ritenuti particolarmente influenti nel tessuto connettivo agrigentino, tra i quali l’ex parlamentare Angelo La Russa interessato personalmente all’inserimento delle le c.d. zone C4 (case con orto).
Si segnala, tra le altre, una conversazione nel corso della quale Paolo Vattano raccontava di pregresse iniziative corruttive che avrebbero visto come protagonista, verosimilmente, l’ex consigliere comunale Giuseppe Capraro, oggi deceduto, definito “il cassiere di tutti”; Paolo Vattano riferiva al suo interlocutore di aver incontrato Giuseppe Capraro e di aver appreso che parte dei soldi consegnati allo stesso erano stati poi rimessi all’ex consigliere comunale Maurizio Calabrese.
Di tangenti si parla espressamente nella conversazione del 17.11.2015, nel corso della quale Paolo Vattano raccontava che, all’epoca della realizzazione della “Giacomo Leopardi” tale Antonio, poiché non aveva i soldi per pagare la tangente a Pullara (il quale probabilmente avrebbe dovuto remunerare pubblici funzionari), si era dovuto rivolgere alla banca San Paolo per ottenere un prestito.
L’attività tecnica ha lasciato emergere elementi indiziari anche di una possibile intesa collusiva tra Salvatore Li Causi e funzionari della Sovrintendenza Beni culturali e monumentali di Agrigento e dell’Ente parco archeologico, finalizzata all’artata predisposizione di un bando di gara per l’affidamento di lavori da realizzare su immobili di proprietà dell’Ente Parco che avrebbero dovuto essere aggiudicati proprio all’impresa dell’indagato; in particolare nella conversazione ambientale del 26.05.2015 Salvatore Li Causi rimprovera il figlio invitandolo a maggiore precauzione nelle conversazioni telefoniche ed intimandogli di mantenere il massimo riservo sul progetto del Parco almeno fino a quando il relativo bando non sarebbe stato pubblicato.
Tuttavia, malgrado il notevole ed encomiabile impegno investigativo, gli approfondimenti di indagine delegati alla Digos di Agrigento non hanno consentito di acquisire validi elementi di riscontro, idonei a sostenere l’accusa in dibattimento, tali da consentire funditus la formulazione di specifici capi di imputazione”.