A margine di qualche episodio vergognosamente inqualificabile

A margine di qualche episodio vergognosamente inqualificabile. Episodi che si sono verificati nell’agrigentino, recenti o addirittura recentissimi, che se da un lato rivelano l’esistenza di preoccupanti frange assolutamente minoritarie di sottosviluppo umano anzitutto e quindi culturale, tuttavia offrono l’occasione nella stragrande maggioranza dei cittadini,  di una larga ribellione di coscienze  che, più o meno apertamente, non solo condannano, ma soprattutto invitano tutti  ad un maggiore impegno formativo e, naturalmente, anche  repressivo, suggerendo, per certo tipo di scorrettezze,  tolleranza proprio zero.

L’episodio recentissimo di queste ore, sono le scritte vergognose comparse sulla facciata esterna della Camera Agrigentina del Lavoro, che, –  come è noto – ad iniziare dal  dopoguerra, cioè dalla seconda metà degli anni ‘40 si batte per tutelare il lavoro e la dignità di tutti i  lavoratori, indipendentemente dal Partito politico di appartenenza, con tante positive conquiste che nel periodo precedente,  forse,   era difficile  anche solo ipotizzare.

 Non solo ! la condanna unanime in favore della Cgil, mi pare che abbia trovato sintesi nella voce della Chiesa Agrigentina che – (segno davvero significativo  del nuovo clima culturale e politico) –  attraverso l’Ufficio di Pastorale Sociale  della Curia, per mezzo del  suo direttore don Mario Sorce, non solo ha espresso solidarietà alla Cgil definendo  “vigliacco, denigratorio e intimidatorio” il gesto delle scritte ingiuriose che parlavano di nazismo, ma ha tenuto anche a precisare  che tale sindacato  ha  sempre “cercato e cerca di servire i lavoratori e la Comunità per il suo impegno sociale”.

L’altro episodio davvero moralmente inqualificabile, oltre che assurdo che  ha colpito l’attenzione pubblica  in questi giorni ed umiliato una città, è avvenuto a Favara.

Dove alcuni giovani che la stampa ha definito “perfetti  imbecilli”, ha danneggiato, rendendolo inservibile – (sentite un po’!) – il defibrillatore che era stato donato alla Comunità favarese dall’Unitre Empedocle, e che  era stato collocato in Piazza Don Giustino, a ridosso del muro della chiesa di San Giuseppe artigiano.

 Un defibrillatore in caso di bisogno e di urgenza, salva la vita, compresa quella degli autori del misfatto o dei loro familiari, che si dovessero trovare improvvisamente ed  urgentemente bisognosi di cura.

E ci fermiamo qui ! Due episodi emblematici,  forse frutto  di  quegli anni o decenni  antecendenti e/o successivi al famoso ’68, che realizzarono un traumatico  abbandono della vita classica fatta di normalità, con  la perdita del sacro,  della distruzione di tanti valori legati alla della cultura cosiddetta contadina.

Abbandono di valori che spinsero Pasolini a parlare di  “genocidio culturale”.

 Una parola questa,  che adesso, proprio in questi giorni, recentemente è stata alla ribalta dell’attenzione pubblica;   da tanti pensata per commentare   quello che, in ben altro contesto, diceva Papa Francesco nei suoi  tanti incontri con gli aborigeni,  durante il suo recentissimo viaggio penitenziale in Canada.