Ci sono vicende nelle quali, prima di prendere posizione, bisognerebbe almeno distinguere le responsabilità.
E allora, su Crosta, una cosa va detta: non si può attribuire a un bambino di undici anni la responsabilità di una casa costruita dalla famiglia. Se, come lui stesso sostiene, l’immobile fu realizzato dal padre negli anni Ottanta, sarebbe semplicemente ingiusto trasformare oggi quella vicenda in una colpa personale.
Questo va detto.
Ma la difesa finisce qui.
Perché un conto è la responsabilità personale per una costruzione che non si è realizzata. Un altro è il ruolo che oggi si ricopre.
E Crosta oggi è un uomo delle istituzioni. Per di più uno che parla di legalità, trasparenza e rispetto delle regole.
E allora deve sapere che chi fa il moralizzatore deve accettare, per primo, di essere sottoposto al controllo degli altri.
Non significa essere colpevoli. Significa essere esposti alle domande.
Se sulla sua casa vengono sollevati dubbi, Crosta ha tutto il diritto di contestarli, di spiegare, di produrre documenti e, se ritiene di essere stato diffamato, di rivolgersi alla magistratura.
Ma c’è un particolare che, proprio perché Crosta è avvocato e politico, non dovrebbe dimenticare: prima della querela esistono il diritto di replica, la smentita, la rettifica e la possibilità di confrontarsi pubblicamente con chi ha sollevato le contestazioni.
Sono strumenti semplici, trasparenti e perfettamente compatibili con chi sostiene di voler difendere la verità.
La querela resta uno strumento previsto dalla legge e nessuno può contestare il diritto di utilizzarlo. Ma per un uomo delle istituzioni la tutela giudiziaria non può diventare l’unica risposta sul piano pubblico.
Una querela può chiedere alla magistratura di accertare se sia stato commesso un reato.
Non può cancellare una domanda.
Se un giornalista sbaglia, lo si dimostri. Se pubblica un’informazione inesatta, se ne chieda la rettifica. Se diffama, sarà la magistratura a stabilirlo.
Se invece pone domande legittime su un uomo pubblico, quelle domande restano tali anche quando sono scomode.
Ed è proprio qui che un amministratore dovrebbe mostrare la differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce.
Il potere può replicare. Può smentire. Può documentare. Può chiedere una rettifica. Può persino denunciare.
Ma non può pretendere di decidere quali domande possano essere poste.
C’è poi un altro piano, quello politico.
Chi contesta Crosta politicamente e ha titolo per farlo nelle istituzioni dispone di strumenti precisi: presenti interrogazioni, chieda formalmente chiarimenti, acquisisca gli atti, chieda verifiche e porti la questione nelle sedi competenti.
È anche così che un dubbio politico smette di essere soltanto materia da social e diventa esercizio concreto del controllo democratico.
Perché anche la politica, quando contesta, ha il dovere di fare un passo oltre il post e trasformare l’indignazione in atti, domande e responsabilità istituzionale.
Alla fine, dunque, ci sono tre cose che non andrebbero confuse.
La prima: non si può imputare a Crosta ciò che non ha materialmente commesso, se davvero quella casa fu costruita dalla famiglia quando lui era un bambino.
La seconda: chi ricopre un ruolo pubblico deve accettare il controllo dell’informazione e della politica, anche quando quel controllo è scomodo.
La terza: chi lo contesta deve utilizzare gli strumenti che le istituzioni mettono a disposizione, invece di fermarsi alla polemica sui social.
Per questo Crosta va difeso da ciò che non gli può essere imputato, non dalla critica.
Perché chi amministra la cosa pubblica deve accettare una verità semplice: la sua posizione comporta più esposizione, non meno.
Può contestare un articolo. Può chiedere conto di una falsità. Può rivolgersi alla magistratura.
Ma non può fare il moralizzatore con gli altri e pretendere un trattamento speciale quando il faro dell’informazione si accende su di lui.
La libertà di informazione non consiste nel garantire che ogni articolo sia gradito a chi governa.
Consiste nel garantire che anche ciò che non è gradito possa essere scritto, contestato e discusso pubblicamente, senza che il potere pretenda di avere l’ultima parola prima ancora che parlino i fatti.
Su Crosta, dunque, qualcosina forse andava detta.
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