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Home » Cinema » Pif, la fede che divide: “Che Dio perdona a tutti” e il dubbio che resta

Pif, la fede che divide: “Che Dio perdona a tutti” e il dubbio che resta

Redazione Di Carmelo Sgarito
8 Aprile 2026
in Cinema
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Ho sempre considerato Pif un intellettuale capace di muoversi con naturalezza tra linguaggi diversi, un talento che si esprime nella sua poliedricità: giornalista, scrittore, regista, autore, sceneggiatore, conduttore. Il suo “Che Dio perdona a tutti” lo conferma pienamente.

Nel suo ultimo lavoro, Pif “disegna” un film agrodolce, attraversato da venature comiche che lo rendono leggero, scorrevole, quasi rassicurante, come un romanzo a lieto fine. Ma è proprio nel cuore di questa apparente semplicità che si nasconde il nucleo più potente del racconto.

Dentro la storia sentimentale tra Arturo e Flora, il regista inserisce il più grande dei dilemmi umani. Ed è qui che emerge il suo genio: maneggiare con leggerezza temi giganteschi, affrontandoli tra vassoi di dolci, processioni pasquali, arancine e un amore profondo per una pasticcera bellissima.

È un film intriso di ironia provocatoria sulla religione, che riporta lo spettatore davanti a una domanda scomoda: cosa significa davvero praticare la fede cattolica?

Pif mette questo interrogativo al centro del film con la stessa forza con cui si porterebbe una cassata siciliana al centro della tavola, al culmine di un pranzo tra amici.

Il credente cattolico ha davvero compreso cosa significhi esserlo?

Arturo non conosce i comandamenti, non ha familiarità con il Vangelo, non ha vocazione religiosa. È agnostico.
Flora, al contrario, è devota, conosce le stazioni della Via Crucis, frequenta la chiesa ogni domenica e vive la fede come un elemento identitario.

Il loro amore, inizialmente solido e luminoso, comincia a incrinarsi proprio su questo terreno. Il punto di rottura arriva durante una Via Crucis vivente, dove Arturo, nei panni improvvisati di Gesù, fallisce goffamente il suo ruolo, scatenando la reazione di Flora.

Pif, la fede che divide: il senso di “Che Dio perdona a tutti”

Eppure Arturo ama Flora. Non vuole perderla.
Così si rivolge direttamente a Papa Francesco, chiedendogli come diventare un perfetto cattolico.

Il Papa gli offre una strada. Arturo la segue con rigore assoluto. Ma proprio questa adesione totale lo porta fuori dalla realtà quotidiana.

Diventa quasi un “alieno”.
Perde il lavoro perché rifiuta di ingannare un cliente.
Ammette i suoi errori in campo da portiere, rinunciando a vincere.
Accoglie in casa un ragazzo in difficoltà, suscitando critiche e incomprensioni.

La sua coerenza lo isola. Persino Flora, la credente, non riesce più a tollerarlo.

È qui che il film si ribalta.
Chi si dichiarava credente entra in crisi.
Chi non lo era prova a esserlo davvero.

A cosa serve pregare se poi si ignora chi chiede aiuto?
A cosa serve partecipare alle processioni se nella vita si agisce in modo opposto?

Il film chiama lo spettatore a una riflessione diretta e scomoda:
è davvero possibile vivere fino in fondo il Vangelo nel mondo di oggi?

Forse no.
Forse siamo tutti, in qualche misura, incoerenti.
Forse utilizziamo la religione per convenienza, adattandola alle nostre esigenze.

Un vero credente, nel mondo contemporaneo, rischia di apparire un rivoluzionario fuori sistema.

E allora la religione resta spesso teoria, più che pratica.

In questo scenario emerge la figura di Papa Francesco, il Pontefice che ha cercato di riportare la fede a una dimensione più umana, concreta, accessibile. Un Papa che chiedeva: “pregate per me”, mettendosi allo stesso livello degli altri.

Pif lo racconta con un’immagine semplice e potente: seduto su una terrazza, mentre mangia un’arancina “abburro”, davanti alla bellezza del Duomo di Palermo.

Il film scorre lungo questa contraddizione continua:
chi crede di essere religioso forse non lo è,
chi prova ad esserlo davvero resta solo.

Sembra quasi una novella pirandelliana, capace di riflettere anche l’attualità, tra conflitti, contraddizioni e un mondo che spesso invoca Dio mentre si divide.

Pif affronta tutto questo con leggerezza, tra dolci palermitani e battute brillanti, rendendo il film piacevole e accessibile, ma senza mai perdere profondità.

Alla fine resta una domanda, sospesa e potente:
chi si professa cattolico crede davvero di esserlo, o si rifugia nel comodo alibi che “tanto Dio perdona a tutti”?

Leggi anche: Leggi anche Applausi al Concordia: Pif e Buscemi conquistano il pubblico

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