Acceso scontro verbale durante la prima udienza preliminare del procedimento a carico di 17 soggetti – alcuni dei quali già coinvolti nella prima tranche dell’indagine già approdata a processo – del secondo filone nato dall’inchiesta “madre” sui nuovi clan mafiosi di Agrigento/Villaseta e Porto Empedocle e su un traffico di sostanze stupefacenti. La Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha chiesto per tutti il rinvio a giudizio e a decidere se disporre il processo sarà il gup del tribunale di Palermo, Nicoletta Frasca. Intanto in aula ha voluto rendere dichiarazioni spontanee Pietro Capraro, 40 anni, ritenuto dagli inquirenti il capo della famiglia mafiosa di Villaseta.
Il boss si è rivolto direttamente ad un altro degli imputati, Agostino Marrali, definendolo “corn.. e sbirro” pur affermando di non conoscerlo. Anche Gaetano Licata, ritenuto il braccio destro di Capraro, ha rilasciato dichiarazioni spontanee dicendo di non conoscere l’empedoclino. Alla fine anche Marrali, che per gli inquirenti avrebbe fatto parte della fazione opposta, ha preso la parola sostenendo di non conoscere i due villasetani.
A margine dell’udienza hanno chiesto di potersi costituire parte civile nel procedimento un ristoratore di Porto Empedocle, destinatario di alcuni attentati, una commerciante empedoclina e la Fondazione Antonino Caponnetto. Il giudice deciderà il prossimo 10 marzo. Poi sarà la volta dei difensori – tra gli altri gli avvocati, Teres’Alba Raguccia e Antonino Gaziano, che potranno scegliere il rito. I fatti per i quali oggi la Direzione distrettuale antimafia chiede il rinvio a giudizio fanno riferimento all’ultimo blitz dei carabinieri scattato la scorsa estate contro le cosche di Agrigento/Villaseta e Porto Empedocle e su un vasto traffico di droga.
L’indagine ipotizza un’alleanza tra i clan di Villaseta e Porto Empedocle che, dopo iniziali frizioni, avrebbero stretto un’alleanza in grado di mantenere saldi gli equilibri nel settore del traffico degli stupefacenti, suddiviso gli incassi, condiviso armi e imposto le proprie regole sul territorio.
Gli imputati sono: James Burgio, 33 anni, di Porto Empedocle; Pietro Capraro, 40 anni, di Agrigento; Salvatore Carlino, 35 anni, di Canicattì; Antonio Crapa, 55 anni, di Favara; Antonio Guida, 19 anni, di Agrigento; Agostino Marrali, 29 anni, di Palermo; Andrea Sottile, 36 anni, di Agrigento; Alessandro Calogero Trupia, 36 anni, di Agrigento; Calogero Segretario, 30 anni, di Agrigento; Cristian Terrana, 32 anni, di Agrigento; Danilo Barbaro, 40 anni, di Moncalieri (Torino); Gaetano Licata, 42 anni, di Santa Maria Capua Vetere; Salvatore Lombardo, 37 anni, di Agrigento; Salvatore Prestia, 44 anni, di Porto Empedocle; Simone Sciortino, 23 anni, di Agrigento; Stefano Fragapane, 33 anni, di Agrigento e Vincenzo Iacono, 48 anni, di Agrigento.
Sono accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzato al traffico di stupefacenti aggravato dal metodo mafioso, tentata estorsione, danneggiamento a seguito di incendio, porto e detenzione di arma sempre aggravati dal metodo mafioso. La principale contestazione è quella di avere messo in piedi un vasto narcotraffico per finanziare il clan, che sarebbe stato diretto da James Burgio, detenuto in carcere ma operativo grazie a un telefono cellulare, e da Salvatore Prestia, cognato del boss Fabrizio Messina.
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