C’è un elemento che merita una riflessione più ampia, oltre il singolo turno rinviato o l’orario spostato. Sempre più spesso, ad Agrigento, i cittadini non si rivolgono genericamente ad AICA come ente gestore del servizio idrico. Si rivolgono direttamente alla presidente del CdA, Danila Nobile.
È un fatto che colpisce. E dice molto. In una crisi strutturale come quella dell’acqua – che non nasce oggi e che non si esaurisce in un calendario di turnazione – il cittadino tende a cercare un volto, un nome, un riferimento. Non un acronimo. Non un comunicato impersonale. Ma una persona. La presidente è diventata, nel bene e nel male, il centro simbolico della gestione idrica. Ogni rinvio, ogni turno saltato, ogni silenzio informativo finisce per avere un destinatario diretto. Non l’azienda astratta, ma la sua rappresentante.
È l’effetto di una sovraesposizione mediatica?
È la conseguenza di una leadership percepita come operativa?
Oppure è il bisogno collettivo di individuare un interlocutore chiaro in una vicenda che da anni segna la città?
Forse tutte queste cose insieme. In una terra dove la gestione dell’acqua è tema storico, ciclico, quasi identitario nel suo lato più problematico, la personalizzazione del confronto è un segnale politico e sociale potente. Quando un servizio essenziale vacilla, la comunità non dialoga più con la struttura: dialoga con il volto pubblico di quella struttura.
Ma è qui che si apre una questione delicata. La responsabilità di un sistema complesso resta aziendale, tecnica, amministrativa. Non può essere ridotta a una sola persona. Eppure, nella percezione collettiva, oggi il volto della gestione è uno solo.
Questo comporta un doppio rischio:
da un lato l’iper-personalizzazione delle colpe;
dall’altro l’aspettativa che una singola figura possa risolvere problemi stratificati in decenni. Intanto, la città aspetta. In ogni quartiere si capirà se l’acqua arriverà davvero. Ma la questione è più ampia dell’orario di un’erogazione.
Perché sull’acqua non si misura soltanto l’efficienza tecnica.
Si misura la credibilità delle istituzioni.
Si misura la qualità della comunicazione pubblica.
Si misura, soprattutto, la fiducia. E la fiducia, quando si incrina, è più difficile da ripristinare di una condotta.
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