Il Villaggio Mosè è da anni una ferita aperta nella storia urbanistica di Agrigento. Un quartiere cresciuto tra sanatorie edilizie, permessi di costruire e oneri di urbanizzazione che hanno garantito al Comune introiti milionari, senza però tradursi in strade, marciapiedi, fogne, illuminazione e servizi per i cittadini.
I numeri citati dal candidato sindaco Giuseppe Di Rosa parlano chiaro: oltre 10 milioni di euro incassati tra il 2020 e il 2025, di cui 4,6 milioni dalle sanatorie edilizie e 5,6 milioni dai permessi di costruire. Risorse che, per legge, dovrebbero essere destinate prioritariamente alle opere di urbanizzazione primaria e secondaria nei territori che le hanno generate.
E invece il bilancio reale, per chi vive al Villaggio Mosè, è fatto di strade incomplete, marciapiedi inesistenti, reti fognarie carenti, scarsa illuminazione, assenza di verde pubblico e servizi essenziali. Una contraddizione che Di Rosa definisce senza mezzi termini politica, prima ancora che tecnica o finanziaria.
«Non sono mancati i soldi, né le norme, né le competenze – sostiene – è mancato il volere politico di restituire ai cittadini ciò che hanno pagato». Un’accusa che attraversa più amministrazioni, «da Firetto a Miccichè», chiamate in causa per non aver mai chiarito come e perché quelle risorse siano state utilizzate altrove.
Il progetto civico “Tutti Insieme per una Città Normale” mette sul tavolo un impegno preciso. In caso di elezione, Di Rosa annuncia:
«Il Villaggio Mosè sarà una priorità assoluta. Avvieremo una ricostruzione completa e pubblica di tutti gli incassi urbanistici riferiti al quartiere e del loro reale utilizzo. Presenteremo un progetto organico di opere di urbanizzazione, dimostrando con dati e documenti che le risorse c’erano, ma sono state dirottate».
Un passaggio che sposta il tema dalla propaganda ai fatti verificabili, chiamando la politica ad assumersi responsabilità davanti ai cittadini e alle istituzioni regionali e nazionali.
Il messaggio è netto: ogni euro incassato senza opere è una promessa tradita. I residenti non chiedono favori né scorciatoie, ma il rispetto della legge e servizi minimi degni di una città che ambisce a definirsi moderna.
Per Di Rosa, una “città normale” parte dai quartieri e dal superamento delle periferie di serie B, buone solo per pagare e mai per ricevere. «Niente miracoli – conclude – ma la fine dell’ipocrisia politica e l’inizio della responsabilità istituzionale».
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