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Il 2025 della Moncada

31 Dicembre 2025
in Sport e tempo libero, Basket
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Il 2025 della Moncada Agrigento è un anno che va letto con attenzione, perché attraversa due stagioni sportive e racconta una storia meno lineare di quanto possa apparire a uno sguardo superficiale. È un anno fatto di riprese nette, scelte mancate, reset forzati e ritorni inevitabili, che solo messi in fila restituiscono il senso reale del percorso biancazzurro.

Gennaio–aprile 2025: la vera svolta della stagione 2024/2025

Contrariamente a una lettura frettolosa, i primi mesi del 2025 non sono affatto quelli dell’emergenza. Anzi. Coincidono con la fase di ritorno della regular season 2024/2025, il momento migliore della Moncada. La squadra inverte la rotta, ritrova continuità, risale la classifica e si riporta stabilmente nella parte sinistra, mostrando un rendimento da prima della classe.

Non è una crescita casuale. L’innesto di Romeo dà ordine all’azione offensiva, equilibrio nelle letture e una gestione più lucida dei momenti chiave. Le cronache raccontano una Fortitudo finalmente solida, capace di vincere con autorità e di controllare l’inerzia delle partite. È probabilmente il tratto di basket più convincente espresso da Agrigento nell’intera annata.

Quel percorso virtuoso, però, si arresta bruscamente sul flop nei play-in. Una delusione pesante, che segna uno spartiacque vero, più mentale che tecnico. È lì che si apre il grande tema del 2025: la continuità mancata.

La stagione si chiude con la sensazione di aver buttato via un’occasione. Ed è da qui che vanno lette le scelte successive, senza forzare la cronologia. Dopo la retrocessione, la società aveva provato a sostituire Pilot, individuando in Devis Cagnardi un profilo ideale. Ma Cagnardi, in quel momento, aveva già firmato, e l’operazione non va in porto. La Moncada ripiega allora su Daniele Quilici, con un contratto annuale e opzione di rinnovo.

Col senno di poi, la riconferma di Quilici – accompagnata da pochi aggiustamenti mirati, come un “5” di peso (Peterson) e un cambio per Piccone – avrebbe probabilmente garantito continuità a quanto di buono visto nel ritorno. Si sceglie invece di resettare, aprendo un nuovo ciclo.

La nuova stagione 2025/2026 parte in un girone dantesco, subito rivelatosi durissimo. Il roster è nuovo, va amalgamato, e questa volta le difficoltà arrivano davvero. Gli infortuni, a partire da quello pesantissimo di Romeo, disordinano l’azione offensiva e riportano la squadra a problemi già visti nel girone d’andata della 2024/2025: attacchi spezzati, letture tardive, finali mal gestiti.

È qui che l’autunno diventa travagliato. Rotazioni corte, emergenze continue, partite giocate sul filo. La classifica torna a farsi minacciosa e il PalaMoncada diventa più un luogo di resistenza che di certezze. Per il terzo anno consecutivo, a dicembre, Agrigento si ritrova in zona playout: un dato che ormai non può più essere archiviato come casuale.

In questo contesto matura finalmente il ritorno di Devis Cagnardi. Non come colpo di teatro, ma come sbocco naturaledi un percorso iniziato mesi prima e mai davvero interrotto. Con lui cambia il linguaggio, prima ancora che il gioco. Anche dopo le vittorie, il tecnico parla di “palude”, di “melma”, di una squadra che non fa abbastanza per meritare i risultati.

Parallelamente arrivano anche gli innesti d’emergenza di Conti e Douvier, due mosse necessarie per rimettere ordine, dare punti, esperienza e provare a salvare la stagione e la faccia in un momento delicatissimo.

La vittoria contro Piacenza, a dicembre, è emblematica: due punti pesanti, ma accompagnati da uno sfogo durissimo del coach. È la fotografia perfetta della seconda metà del 2025.

Letto nella sua interezza, il 2025 della Fortitudo Agrigento non è un anno fallimentare, ma un anno irrisolto. Un anno che dimostra come la Moncada sappia reagire – lo ha fatto nel ritorno della 24/25 – ma fatichi a dare continuità alle scelte. Il messaggio che lascia questo anno è chiaro e scomodo: quando si interrompe un percorso che funziona, il rischio di ritrovarsi punto e a capo è altissimo. E Agrigento, ormai, lo sa fin troppo bene.

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