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Università trattata come sottogoverno

9 Gennaio 2026
in Università, Top
consorzio universitario
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Consorzio universitario, resa dei conti politica sulla pelle degli studenti

Il Consorzio universitario di Agrigento entra nella sua fase più delicata. Le dimissioni irrevocabili di Giovanni Ruvolonon sono solo un atto formale, ma il punto di rottura di uno scontro politico-istituzionale che rischia di bloccare l’ente e di avere ripercussioni dirette sugli studenti e sui servizi universitari.

Ruvolo lascia contestando apertamente la scelta della Regione Siciliana di riportare alla guida del Consorzio Giuseppe Mangiafava (o Mangiacavallo, come indicato negli atti precedenti), una decisione che l’ex presidente definisce un passo indietro, parlando senza mezzi termini di ritorno a “modelli gestionali fallimentari”. Una scelta che, a suo dire, non rappresenterebbe un rilancio ma una brusca inversione di rotta proprio mentre era stato avviato un percorso di risanamento.

Il nodo è politico, prima ancora che amministrativo. Ruvolo rivendica di aver operato in un contesto difficilissimo, segnato da contenziosi pesanti con l’Università di Palermo e da una situazione finanziaria fragile, ma sottolinea come, nonostante tutto, siano stati garantiti servizi essenziali, dal sostegno agli studenti al mantenimento delle attività. La sua uscita di scena, però, apre ora uno scenario di incertezza che rischia di tradursi in una vera e propria paralisi.

A complicare il quadro è il passaggio in Consiglio comunale. Le consigliere Roberta Zicari e Bongiorno hanno lanciato un appello diretto al presidente della Regione Renato Schifani, chiedendo un intervento immediato per evitare che lo scontro si trasformi in un danno irreversibile per il sistema universitario agrigentino. L’obiettivo dichiarato è scongiurare il blocco delle attività e garantire continuità a un ente che, piaccia o no, resta strategico per il territorio.

Dalla Regione, però, la linea è di chiusura. Le accuse vengono bollate come “strumentali”, mentre si ribadisce la legittimità delle scelte compiute. Una posizione che non placa le tensioni e che, anzi, alimenta il sospetto di una gestione calata dall’alto, poco attenta al contesto locale e alle ricadute concrete sulle comunità universitarie.

Il rischio, ora, è doppio: da un lato l’ennesimo corto circuito istituzionale, dall’altro l’idea che l’università ad Agrigento continui a essere terreno di scontro politico più che oggetto di una visione chiara e condivisa. In mezzo restano studenti, famiglie e un territorio che da anni chiede stabilità, programmazione e una vera strategia per il futuro dell’offerta universitaria.

La sensazione è che non si tratti solo di un cambio di vertice, ma di una resa dei conti che potrebbe lasciare macerie. E ancora una volta, Agrigento rischia di pagare il prezzo più alto.A completare il quadro interviene anche Controcorrente, il movimento guidato da Michele La Vardera, che in una nota non usa mezzi termini e parla apertamente di gestione dell’università come terreno di sottogoverno.

«Continuano a giocare con Agrigento per risolvere questioni interne ai partiti, anziché assumere decisioni orientate all’interesse generale del territorio. Le vicende che coinvolgono il Consorzio universitario – si legge nel comunicato – rivelano un modello consolidato, nel quale scelte fondamentali di natura strategica vengono ricondotte a dinamiche politiche contingenti, estranee alla funzione propria dell’istituzione».

Per Controcorrente, il nodo è strutturale e riguarda il futuro stesso della città: «L’università ad Agrigento, presidio imprescindibile per un territorio che continua a svuotarsi, non si è mai affermata come progetto stabile perché il suo sviluppo, e quindi il futuro dei nostri ragazzi, è stato trattato come materia di sottogoverno, subordinato a logiche di contesa e spartizione politica».

Da qui l’appello diretto ai partiti: «Chiediamo di sottrarre immediatamente l’università alle logiche di appartenenza e di potere. Oggi dovremmo discutere di nuovi corsi di studio, di specializzazioni strategiche, di nuovi studenti e di una nuova economia capace di radicarsi nella città. L’università – conclude il movimento – non è un terreno di ripartizione, ma un presidio essenziale per la formazione e la crescita della comunità».

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