Su Rosario Angelo Livatino un giudizio di Papa Francesco che farà discutere

Mentre si avvicina il 9 maggio p.v. che è la data fissata per la proclamazione come beato del giudice Livatino nella Cattedrale di Agrigento, farà sicuramente   riflettere e forse anche discutere non poco il giudizio di papa Francesco sul messaggio della sua vita, rapportato alla situazione generale dell’amministrazione della  giustizia nel mondo, con qualche affermazione in cui non mancherà forse chi vi leggerà un qualche riferimento – (se non proprio di più !) –  al  comportamento della  giustizia italiana in questi ultimi decenni.

Papa Francesco – per dirla subito in maniera chiara –  ha colto l’occasione della prefazione  che gli è stata chiesta sull’ultima biografia scritta dall’arcivescovo di Catanzaro Bertolone  e pubblicata proprio in questi giorni,  per scrivere un giudizio complessivo sul messaggio che lascia il martirio di Livatino,  assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990.

Ecco le parole precise che esprimono il  di  Papa  Francesco: “Livatino è un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l’attualità delle sue riflessioni []. L’attualità di Rosario Livatino è sorprendente, perché coglie i segni di quel che sarebbe emerso con maggiore evidenza nei decenni seguenti, non soltanto in Italia, cioè la giustificazione dello sconfinamento del giudice in ambiti non propri, soprattutto nelle materie dei cosiddetti “nuovi diritti”, con sentenze che sembrano preoccupate di esaudire desideri sempre nuovi, disancorati da ogni limite oggettivo”.

Intanto quella che nel libro viene chiamata “testimonianza martiriale di fede e giustizia” il Papa si augura che  sia seme di concordia e di pace sociale.

Poi a nessuno sfugge  il giudizio sull’attualità del messaggio che Livatino lascia anche nei suoi scritti, che Papa Francesco sicuramente conosce. E cioè che Livatino profeticamente prevede “non soltanto in Italia”,  “la giustificazione dello sconfinamento del giudice in ambiti non propri, soprattutto nelle materie dei cosiddetti “nuovi diritti”.

Per i cosiddetti “nuovi diritti” il riferimento è sicuramente all’ambito familiare,  cioè alla cosiddetta nuova visione di famiglia differente da quella definita  (in maniera quasi dispregiativa)  tradizionale,  formata da un uomo e da una donna, mentre quella moderna sarebbe quella formata da due persone dello stesso genere. E poi  altre cose simili, con riferimento a diritti cosiddetti personali, che altri invece per nulla considerano un’esaltazione della persona, ribadendo sempre che comunque qualsiasi  persona umana, senza se e senza ma, prioritariamente e  indipendentemente dalla sue pulsioni sessuali deve avere,  comunque e  sempre,   grande rispetto e considerazione.

Ma la parola “sconfinamenti” potrà essere vista, specie in Italia, in riferimento al colore politico di taluni magistrati, che secondo quello che viene ampiamente pubblicato in questi giorni, si sarebbero mossi per interesse di parte.

Uno sconfinamento  a cui,  (chissà !) ,  forse Livatino non pensava, anche se  è sua la frase che “il giudice oltre che essere,  deve anche apparire imparziale”.

Una frase questa di Livatino, diventata ormai  famosa.   E che molti  in questo periodo, per la riforma  del sistema giudiziario, riguardante soprattutto carriera e nomine, tutte le forze politiche giudicano ormai non più differibile. Specie  dopo le ultime discutibili vicende che hanno portato in ballo anche persone di magistrati  che hanno avuto ruoli apicali  nel potere giudiziario.

Un potere questo,  previsto dalla Costituzione come assolutamente indipendente e per nulla  frammisto  al potere politico.

Diego Acquisto