Non solo Napoli nel nostalgico dramma di Mario Martone

“NOSTALGIA” inizia con un ritorno a Napoli: così come era stato per la protagonista di “AMORE MOLESTO” che Mario Martone presentò giusto a Cannes ventisette anni fa.

E la molla del ritorno è ancora la mamma: se in “AMORE MOLESTO” la disegnatrice di fumetti Delia da Bologna torna a Napoli per indagare sulla morte della madre, in “NOSTALGIA” Felice Lasco vuole riabbracciare la madre prossima alla morte per ridarle momenti di tenerezza e amore (la più bella sequenza del film è quella del bagno in un contesto quasi sacrale). Ma, a poco a poco, il film assume la dimensione di un noir quando Felice, un fuggiasco che sembra aver perso le proprie radici, riprende contatto col mondo repentinamente e traumaticamente abbandonato decenni prima: “è tutto come un tempo, non è cambiato nulla; è incredibile”, afferma il protagonista parlando al telefono con la moglie rimasta al Cairo. Sì, è vero: c’è un prete anti-camorra (quanto è bravo Francesco Di Leva) e la città che Felice osserva dal suo albergo ha quartieri ultramoderni ma le dinamiche sono sempre quelle di una straordinaria Città del Mediterraneo, anch’essa quasi mediorientale, dove molti giovani non sembrano avere un futuro, dove si spara per le strade e il Rione Sanità è percorso da grande energia e dal rombo dei motori che, come quaranta anni prima, sfrecciano minacciosi. Ancora una volta il rischio è che la bellezza delle ambientazioni rendano Napoli protagonista del film (meravigliosa la metafora del raggio di sole che pur posandosi sulla “monnezza” non si imbratta): e questo, diciamolo, è inevitabile ma Martone non scade mai nell’ovvio e non è una caso che la colonna musicale del film non presenti alcuna canzone neomelodica o della tradizione partenopea ma si affidi alle meravigliose sonorità dei Tangerine Dream. Felice riprende confidenza coi luoghi, con una lingua quasi rimossa, con alcuni personaggi della sua giovinezza, ma, soprattutto, con ciò che maggiormente lo attrae nel suo “ritorno a casa”: incontrare l’amico fraterno Oreste complice delle sue malefatte giovanili, oggi divenuto un boss (‘o Malommo) che esercita terrore ma vive in condizioni avvilenti (“il re di una montagna di monnezza” si autodefinisce). Sono proprio queste tre figure, il fuggitivo, il prete, il malavitoso, a dare sostanza e spessore al dramma della narrazione: tre “pedine su una scacchiera” come Martone, nella sua presentazione a Cannes, ha preferito definire lo storico Rione Sanità che il Regista aveva già nel 2019 “abitato” nella sua personalissima rivisitazione de “IL SINDACO DEL RIONE SANITA’” di De Filippo. Dal 25 maggio presso la Multisala Ciak.