In questo giorno di festa, mentre un anno si chiude e un altro si apre, il pensiero non può che andare a chi la festa la vive da un letto d’ospedale. Ai malati ricoverati nei reparti, a chi combatte emergenze improvvise, a chi convive con mali inguaribili, a chi aspetta una diagnosi, una risposta, una speranza. A chi riceve assistenza quotidiana e a chi, invece, continua a essere spostato, sballottato nella rete ospedaliera, in attesa di un posto, di un trasferimento, di una soluzione.
C’è chi ha trovato accoglienza e chi, rievocando amaramente il pellegrinare di Maria e Giuseppe, si è ritrovato “in una stalla”: in un angolo del nosocomio, in barella, nei corridoi, in attesa. Via verso altre mete, tra preghiere e imprecazioni. Perché all’ospedale di Agrigento, quello del capoluogo, le criticità sono sempre le stesse. Da anni.
Le festività al Ospedale San Giovanni di Dio hanno un significato diverso. Sono fatte di turni, di luci fredde, di silenzi interrotti dai monitor. Ma sono fatte anche di umanità, di mani che curano, di parole che rassicurano. Di medici, infermieri, operatori sanitari, personale tecnico e amministrativo che continuano a fare il loro lavoro con professionalità e cuore, nonostante tutto. A loro va il primo, sincero ringraziamento.
Donne e uomini che, tra carenze strutturali, organici ridotti, turni massacranti e difficoltà organizzative, garantiscono ogni giorno assistenza e presenza. Tra loro ci sono professionisti bravi e profondamente umani, capaci di un gesto o di una parola che fa la differenza. Questo va detto, senza esitazioni.
Il pensiero va anche a chi è ricoverato, a chi affronta la paura, l’attesa, l’incertezza. Alle famiglie che vivono i corridoi dell’ospedale come una seconda casa, spesso supplendo all’assistenza, sostituendosi agli operatori per colmare carenze ormai strutturali. Fanno il possibile, sempre. E a volte fanno anche l’impossibile.
Accanto alla gratitudine, però, c’è una verità che non può essere taciuta. L’ospedale di Agrigento vive da anni criticità profonde, strutturali e organizzative, che nessuno sembra affrontare fino in fondo. Cantieri, annunci, progetti si susseguono, ma i risultati faticano ad arrivare. E intanto il peso ricade su chi lavora e su chi si cura.
Lo dimostra il caso di una giovane donna morsa da un ragno violino, costretta a spostarsi fino a Gela per ricevere cure adeguate perché ad Agrigento manca ancora un reparto di Malattie Infettive. Una carenza grave per un ospedale che serve un’intera provincia, mentre l’unico infettivologo resta al presidio di Ribera, spesso per equilibri politici più che per una reale programmazione sanitaria.
Eppure, nonostante tutto, al San Giovanni di Dio si continua a fare il possibile. Medici, infermieri e operatori tengono in piedi il sistema con competenza, sacrificio e senso del dovere. Ed è giusto dirlo oggi, quando il riconoscimento vale più di ogni polemica.
Ma c’è un’altra riflessione che non può essere evitata. Le inchieste di questi mesi hanno colpito quello che è stato definito il “sistema Cuffaro”. In una intercettazione, Totò Cuffaro affermava di aver scelto il Policlinico. Bene, questo è chiaro. Ma allora la domanda diventa inevitabile: chi ha preso in carico gli altri ospedali?
Nella distribuzione delle quote politiche, a chi sono stati affidati? Chi li governa davvero, chi ne decide le sorti, le priorità, le risorse?
Questo Natale non è solo una ricorrenza. È un momento per fermarsi e guardare in faccia la realtà. Per dire grazie a chi cura. Per stringersi idealmente a chi soffre. Ma anche per chiedere con forza che la sanità smetta di essere terreno di compromessi, spartizioni e silenzi.
Perché un ospedale non è solo un luogo di cura. È una misura di civiltà.
E il modo in cui una comunità si prende cura dei più fragili dice molto di chi siamo. Soprattutto a Natale.
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