Natale 2019, Card. Montenegro: “desidero una rinascita dall’alto”. Il commento

A margine degli Auguri di don Franco sulla possibile “rinascita come scelta di chiesa e di popolo che non vuole abbassare la schiena”.

 

Non piegarsi di fronte alle difficoltà ed alle ingiustizie, trovando la forza necessaria guardando in alto, contemplando quel Bambino! altrimenti non ha senso scambiarci gli auguri natalizi.

E’ sicuramente  uno dei  pensieri che, a primo impatto,  più  colpisce  nel testo pubblicato dalla Curia, “degli auguri alla Chiesa e al territorio agrigentino, dell’Arcivescovo, card. Francesco Montenegro”.

E don Franco non ha difficoltà ad affermare che ha anche “una certa perplessità anche solo a pronunciare la parola “auguri” visto  il momento difficile che stiamo attraversando”.

Perché  con la sua solita – (ma, consentitemi,  in questo caso ci sembra ancora più accentuata franchezza!) – aggiunge subito: “Che senso ha parlare di festa in un momento in cui la crisi economica morde drammaticamente migliaia di famiglie per la mancanza di lavoro o per altre gravi problematiche? Probabilmente, mentre vi scrivo, in tanti stanno preparando i loro pacchi perché hanno deciso di partire già i primi giorni del nuovo anno. E noi qui a farci gli auguri? Ha senso? E’ giusto? Me lo chiedo”.

E naturalmente il fatto che Lui se lo chieda, contiene forte l’invito a chiedercelo tutti noi…..  Ciascuno di noi nella sua particolare vocazione, nel suo ruolo ecclesiale e/o civile di responsabilità, cioè  come Chiesa e popolo, con maggiore senso di responsabilità se credenti e quindi popolo di Dio.

Considerando sereno e obiettivo il quadro tracciato da don Franco, anche se solo relativamente alla nostra provincia, non è pensabile che si possa continuare così, assistendo cioè – passivamente o quasi – al continuo esodo di centinaia di giovani costretti ad andare fuori, con la drammatica conseguenza che tanti nostri Comuni dell’agrigentino  si vadano continuamente spopolando.

Né pare che ci sia un’inversione di tendenza con l’attuale Governo giallo-rosso, durante il quale – a leggere alcune notizie – le disuguaglianze sociali  non accennano ancora a diminuire, forse con l’unica notizia positiva  di qualche giorno fa, che  – a parte tutte le correzioni ed aggiustamenti che si rendono avvero  necessari – pare  che il reddito di cittadinanza abbia comunque determinato, in cifre assolute, la diminuzione dell’8per cento dei poveri.

E perciò urge un’inversione di tendenza, suffragata dai fatti e dalle statistiche.  Intanto subito  il bisogno di rinascere dall’alto che ci richiama, (pur mettendocela tutta da parte nostra, e cioè facendo per intero la nostra parte),   a non confidare solo nelle nostre forze umane.  E con la stessa franchezza perciò don Franco aggiunge: “ se permettiamo a Dio di nascere nel profondo della nostra vita allora conosceremo una rinascita dall’alto e troveremo la forza di affrontare la notte, di reagire a tutti coloro o a quei sistemi di pensiero che ci vogliono far rimanere nelle tenebre…”.

E mentre anche da questa nostra testata di Agrigento- Oggi invitiamo a leggere e meditare il testo completo degli Auguri dell’Arcivescovo, vediamo che  la, cronaca riferisce oggi con interesse la conversazione di ieri sera a “Che tempo che fa”, il talk show di RAI2, di don Carmelo La Magra, parroco della parrocchia S. Gerlando di Lampedusa. Che, in estrema sintesi, alla fine, dopo aver riferito di quel povero padre, che, per badare al piccolo di quasi tre anni “non ha avuto neanche il diritto di piangere” la moglie annegata,  “perché doveva custodire la vita del suo bambino”.

Ciò porta don Carmelo ad un’amara conclusione. Che ci sembra  in sostanziale sintonia con il pensiero dell’arcivescovo  don Franco.

Don Carmelo La Magra  dice che per quanto riguarda gli immigrati “a fare paura non è la figura dello straniero ma del povero”.  Perché precisa il parroco di Lampedusa, “Io non chiamerei mai un americano extracomunitario…” con la precisazione del conduttore  Fabio Fazio che aggiunge e specifica meglio “uno svizzero”.

E questa chiusura mentale e spirituale, sicuramente non positiva,   forse può essere dovuta anche al fatto che dalle nostre parti la povertà è tragicamente e continuamente toccata con mano.