La Mendola: “Agrigento deve archiviare 60 anni di errori e ripartire da centro storico, aeroporto e rigenerazione urbana”
Intervista a Rino La Mendola
Presidente dell’Ordine degli Architetti della provincia di Agrigento
Presidente, vi lasciate alle spalle un 2025 intenso, ricco di eventi di respiro nazionale e internazionale. Ma guardiamo avanti: che 2026 sarà per Agrigento, anche alla luce del rinnovo dell’amministrazione comunale?
«Il 2026 sarà un anno decisivo. Non tanto per noi come Ordine, ma per Agrigento. È l’anno in cui si può davvero provare a cambiare passo, a invertire una rotta segnata da scelte sbagliate che si trascinano da oltre sessant’anni. Le idee non mancano, le abbiamo espresse più volte. Ora serve il coraggio di metterle in pratica».
Da dove si deve partire, secondo voi?
«Dal centro storico, senza esitazioni. È il cuore pulsante della città. Una comunità che lascia il proprio centro storico nel degrado, nell’abbandono, rischia di perdere identità, memoria, radici culturali. Agrigento ha pagato politiche di decentramento selvaggio, costruendo periferie delle periferie, svuotando il centro. Questo è stato l’errore più grave».
Un errore che oggi si paga anche in termini di vivibilità e mobilità…
«Esattamente. Lo abbiamo visto in modo plastico in occasione della Fiamma Olimpica: strade chiuse, nessuna alternativa, assenza totale di percorsi pedonali. È assurdo che chi alloggia al Villaggio Mosè o a Villaggio Peruzzo debba prendere l’auto per percorrere meno di un chilometro e raggiungere la Valle dei Templi. Questo non è un dettaglio: è il segno di una città pensata male».
Lei parla spesso di politiche di governo del territorio sbagliate negli ultimi decenni. Perché?
«Perché la popolazione è rimasta più o meno la stessa, ma la città si è espansa come se dovesse ospitare 200 mila abitanti. È come un padre di famiglia che ha sempre lo stesso stipendio ma si costruisce tre case: prima o poi va in default. I Comuni funzionano allo stesso modo. Oggi paghiamo costi enormi per servizi, infrastrutture e manutenzione».
Qual è la vostra proposta concreta per il centro storico?
«Una scossa vera. Lo diciamo da anni: serve un concorso internazionale di idee per il recupero di aree come Rabato, Santa Croce, Addolorata. È impensabile che, a sessant’anni dalla frana del ’66, questi quartieri siano ancora abbandonati. Attraiamo menti brillanti, idee nuove, confrontiamoci a livello internazionale».
Avete anche una visione urbanistica precisa…
«Sì. Un centro storico riaggregato attorno a un asse chiaro: via Atenea – piazza Pirandello – via Garibaldi, con due porte simboliche, Porta di Ponte e l’Addolorata. Ma perché funzioni servono due cose: parcheggi strategici alle porte e politiche fiscali intelligenti. Se chi investe nel centro storico ha sgravi sulle tasse per cinque anni, le case si recuperano, le botteghe tornano a vivere».
E proprio le botteghe sono un tema identitario…
«Fondamentale. L’identità non sono solo i monumenti, ma anche le botteghe artigiane, il commercio di prossimità, il tessuto sociale. Noi abbiamo smontato i centri commerciali naturali per inseguire modelli che non ci appartengono. Chi viene in Sicilia non vuole trovare quello che trova meglio in America: vuole trovare noi».
Altro nodo cruciale: l’isolamento infrastrutturale. L’aeroporto resta un obiettivo centrale?
«Assolutamente sì. L’aeroporto Valle dei Templi è l’infrastruttura più semplice, sostenibile e meno costosa da realizzare. Costa meno di quattro chilometri di autostrada. E smettiamola con il penaltismo: “prima questo, poi quello”. Così non si fa mai nulla».
C’è chi parla di numeri troppo ambiziosi…
«I numeri ci sono. Si parla di un milione – un milione e mezzo di passeggeri. Non solo turisti dei Templi, ma l’utenza della Sicilia centro-meridionale. La nostra proposta è chiara: uno scalo satellite di Punta Raisi, dentro una rete aeroportuale occidentale con Palermo, Birgi e Agrigento. Niente guerre fratricide, niente veti incrociati».
A che punto siamo oggi?
«Lo studio di fattibilità è pronto, sono state fatte integrazioni importanti, studi ambientali, geomorfologici, anemometrici. Il Libero Consorzio ha lavorato bene, va detto. Ora aspettiamo il parere dell’ENAC. Se dovessero arrivare ulteriori richieste, allora qualcuno dovrebbe spiegare se si sta solo prendendo tempo».
Turismo: Agrigento ha mare, templi, centro storico. Ma gli alberghi sono lontani da tutto…
«È uno degli errori più gravi. Abbiamo costruito alberghi lungo una statale, scollegati dalle emergenze. È come arrivare a Roma e non trovare un albergo vicino al Colosseo. Serve un nuovo modello: strutture ricettive in rapporto diretto con mare, templi, centro storico, nel rispetto dell’ambiente ma con una visione moderna».
E luoghi simbolo come la Scala dei Turchi?
«La Scala dei Turchi esiste perché c’è l’erosione. Se la blocchi, la distruggi. Bisogna accettare la metamorfosi naturale, governarla, non violentarla con colate di cemento. Anche qui serve cultura del progetto».
I concorsi di progettazione possono essere lo strumento giusto?
«Sì, ma a una condizione: che poi le idee si realizzino. Noi come Ordine siamo pronti a supportare qualsiasi amministrazione, senza colore politico, mettendo a disposizione piattaforme nazionali, competenze, know-how, dalla redazione del Documento di Indirizzo alla Progettazione fino ai concorsi».
In conclusione: che 2026 dobbiamo aspettarci?
«Un 2026 duro ma decisivo. Con riforme importanti e il rinnovo dell’amministrazione comunale. È l’occasione per dire: archiviamo sessant’anni di errori, stop all’espansione edilizia, sì a rigenerazione urbana, recupero dell’esistente, riqualificazione. Agrigento ha tutto. Ora serve solo il coraggio di guardarla con occhi nuovi».
Intervista a cura di AgrigentoOggi
Segui il canale AgrigentoOggi su WhatsApp