Ad un anno esatto dal fango, dalle urla e dal dramma che ha sconvolto l’intera comunità di Favara, la ferita per la morte di Marianna Bello resta aperta, dolorosa e profonda. È il giorno del ricordo, ma è soprattutto il giorno in cui il lutto si trasforma in un pressante e finora insoddisfatto bisogno di verità. La mattina dell’1 ottobre 2025, una micidiale bomba d’acqua si abbatteva sull’Agrigentino. In pochi istanti, le strade del centro storico si trasformavano in fiumi in piena. In piazza della Libertà, nel quartiere noto come “Conzu”, la trentottenne casalinga favarese, madre di tre figli, veniva inghiottita dalla furia delle acque.
Oggi, a dodici mesi di distanza, l’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Agrigento prosegue per l’ipotesi di reato di omicidio colposo, ma il fascicolo resta clamorosamente a carico di ignoti. Nessun nome è stato ancora iscritto nel registro degli indagati. La cronaca di quella drammatica mattina racconta di un nubifragio improvviso e violentissimo. Sorpresa dalla tempesta mentre si trovava in strada, Marianna Bello è stata risucchiata dalla forza della corrente direttamente all’interno del sistema di convogliamento sotterraneo delle acque piovane.
Da quel momento, Favara e l’intera provincia hanno vissuto tre settimane di angoscia e mobilitazione imponente. Centinaia di operatori tra vigili del fuoco, carabinieri, poliziotti, uomini della protezione civile e volontari hanno battuto senza sosta ogni palmo di un percorso lungo e impervio. Un tracciato di diversi chilometri che si snoda dal centro urbano di Favara, attraversa il Vallone Cicchiddu e segue il tragitto naturale delle acque fino ad arrivare al mare di Agrigento.
Le speranze si sono spente definitivamente la mattina di domenica 19 ottobre 2025, quando un gruppo di cacciatori ha individuato il corpo senza vita della donna tra la fitta vegetazione di un canneto in contrada Misita, nei pressi della foce del fiume Naro, tra Cannatello e Zingarello. A dare la straziante conferma dell’identità ai familiari sono stati i tatuaggi sul corpo.
Mentre l’attività investigativa condotta sul campo dai carabinieri tenta di fare luce sui confini delle responsabilità e sul grado di allerta meteo diramato quel giorno, già un anno fa la famiglia della vittima, assistita dal proprio legale, hanno puntato esplicitamente il dito contro il Comune di Favara, denunciando gravi omissioni legate alla custodia, alla gestione e alla manutenzione ordinaria e straordinaria del convogliatore idraulico.
Le parole dell’avvocato che assiste i familiari, pronunciate già durante i drammatici giorni delle ricerche, risuonano oggi come un duro e immutato atto d’accusa: «Tale infrastruttura è infatti di competenza e sotto la custodia del Comune. Presentava i segni evidenti di degrado. La mancanza delle griglie di due “bocche” su cinque del convogliatore costituisce un elemento decisivo nell’innesco e nell’aggravamento degli effetti devastanti dell’evento. Se fossero state chiuse tutte le bocche del convogliatore, come lo sono tutt’oggi, bloccate dai loro chiavistelli, Marianna sarebbe ancora viva».
Secondo la tesi dei familiari, l’omissione dei controlli preventivi e la mancata adozione di cautele essenziali per la tutela della pubblica incolumità avrebbero contribuito in modo diretto, e ampiamente prevedibile, alla morte della giovane madre. Una posizione netta che spetta alla magistratura vagliare per stabilire se quanto accaduto a piazza della Libertà debba essere catalogato come una tragica, ineluttabile fatalità o se, al contrario, rappresenti l’ennesimo drammatico caso di imperizia amministrativa e incuria infrastrutturale.
Segui il canale AgrigentoOggi su WhatsApp
