🎤 Ester Cardella: “Disegnare è il mio modo per rendere visibile ciò che sento”
C’è un tratto che non si limita a disegnare, ma scava, incide, racconta. È quello di Ester Cardella, artista siciliana, originaria di Palermo, che negli ultimi anni ha costruito un immaginario visivo riconoscibile, sospeso tra fumetto, segno accademico e tensione narrativa. Le sue figure femminili non sono mai semplici corpi: sono presenze, identità in movimento, cariche di energia, inquietudine e forza. Tra bianco e nero e improvvise esplosioni di rosso, Cardella dà forma a un linguaggio personale, in cui istinto e consapevolezza convivono. Un percorso che nasce come esigenza intima e oggi si apre al pubblico attraverso social, mostre e nuovi progetti.
Quando hai capito che il disegno sarebbe stato il tuo linguaggio?
«In realtà disegno da sempre. Non c’è mai stato un momento preciso in cui me lo sono chiesta. Per me disegnare è sempre stato un modo per astrarmi, per andare altrove, in uno spazio immateriale, quasi spirituale. È come la scrittura: ti permette di entrare dentro te stessa. Disegnare è segnare la mia identità sulla superficie e renderla concreta.
Se devo individuare un passaggio, però, direi il fumetto: è lì che ho capito che quello sarebbe stato il mio linguaggio. Me lo dicevano già al liceo: “è troppo fumettoso”. Oggi cerco di unire quel segno alla base accademica, che amo profondamente».
Agrigento e la Valle dei Templi entrano già nel tuo immaginario. In questo disegno hai unito rovine classiche, natura e una figura femminile molto forte. Come nasce questa visione?
«Mi affascina molto l’idea di mettere insieme elementi che hanno già una loro forza, come le rovine, e portarli in una dimensione più personale.
La figura femminile diventa una presenza che non rompe quell’armonia, ma la attraversa, la vive.
C’è sempre questo dialogo tra qualcosa di classico, quasi perfetto, e qualcosa di più istintivo, più umano. È lì che nasce la tensione che mi interessa raccontare».
Nei tuoi lavori c’è equilibrio tra estetica e racconto. Come nasce?
«È una questione di armonia. Come nella musica o nella poesia, serve ritmo, cadenza. Bisogna accompagnare chi guarda dentro l’immagine, farlo entrare senza respingerlo.
Non esiste una ricetta, ma per me è importante che la sensualità non sia fine a sé stessa. Voglio che ci sia un messaggio, un’emozione. È un equilibrio che nasce anche dalla conoscenza di me stessa: più mi conosco, più riesco a trasmettere».
Le tue atmosfere sembrano sospese tra sogno e inquietudine. Da dove arrivano?
«Me lo chiedo anch’io. Credo che gli artisti abbiano il privilegio di accedere a qualcosa che la mente razionale non vede.
Sogno tantissimo, anche a occhi aperti. A volte vedo scenari prima di addormentarmi o appena sveglia, e sento il bisogno di metterli su carta. È un processo quasi inconscio, ma cerco sempre di renderlo “vivibile”, di dare allo spettatore dei punti di riferimento».
Il corpo femminile nelle tue opere non è mai oggetto, ma presenza. Che racconto vuoi costruire?
«“Presenza” è una parola bellissima. Oggi spesso non siamo davvero presenti, viviamo in superficie.
Le mie donne voglio che siano forti, inesauribili, quasi delle guerriere. È un dialogo con me stessa: disegno ciò di cui ho bisogno, una forza, una luce. Se poi arriva anche agli altri, tanto meglio».
Il tuo tratto è inciso, mentre il rosso è dominante. Che ruolo hanno segno e colore?
«Il bianco e nero mi permette di decidere con precisione: luce, ombra, materia. Mi piace questa chiarezza.
Il rosso, invece, è vita: è sangue, energia, magma. È come dare un cuore alle figure, farle vibrare».
Quanto pesa Palermo nella tua arte?
«Palermo è casa. La amo profondamente, non me ne andrei mai. Mi ispira tantissimo: il mare, il cielo, le palme.
Dal punto di vista lavorativo è più complesso, perché non è una città centrale per il fumetto, ma oggi grazie ai social si riesce a lavorare ovunque. Però le radici restano fondamentali».
Come nasce un tuo lavoro: idea o istinto?
«È un processo dinamico. A volte arriva prima l’idea, altre volte nasce mentre disegno.
L’ispirazione è qualcosa di magico, non sempre controllabile. La tecnica invece c’è sempre. È una danza continua tra queste due dimensioni».
Quanto conta l’istinto nel tuo lavoro?
«Tantissimo. L’istinto ti dice anche quando fermarti. Io tenderei ad aggiungere sempre dettagli, ma a un certo punto devi ascoltarti.
È quello che rende tutto vivo: non una regola, ma un sentire».
Ci sono influenze artistiche nel tuo percorso?
«Sì, soprattutto nel periodo dell’adolescenza. Tra i fumettisti direi sicuramente Kentaro Miura, che ha segnato molto il mio modo di vedere e sentire».
Che rapporto hai con i social?
«Sono fondamentali, ma complessi. Influenzano più l’umore che il mio modo di creare.
Soprattutto per chi fa arte erotica, le censure sono spesso assurde. È frustrante, perché il mio obiettivo è comunicare. Per fortuna esistono ancora mostre, fiere, luoghi reali dove mostrare il lavoro senza filtri».
Stai lavorando a nuovi progetti?
«Sì, sto lavorando a un progetto autobiografico. A breve uscirà un portfolio in cui mi autoritraggo attraverso simboli che mi rappresentano, come la Dea Ishtar o una rilettura di San Sebastiano.
Ci sarà anche una mostra, ma i tempi sono lunghi».
Se dovessi definire la tua arte con una parola?
«Libera».
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