Coronavirus, chiari e subito

A Sant’Agata prima l’hanno derubata e poi hanno messo le grate di protezione. Ed è quello che sta avvenendo in questi giorni anche ad Agrigento dove non si può certo parlare di prevenzione e di organizzazione.

L’Italia è tutta zona rossa, una decisione invocata da molti, anche dal presidente della Camera, e che per fortuna è arrivata. Ora tutti siamo chiamati alla responsabilità e ai sacrifici per contenere la diffusione del Coronavirus.

Ma attenzione. Molti pensano che qui sia un’altra Italia, che certe cose non ci toccano.

Che le regole vanno interpretate non applicate. La comunicazione dei rappresentanti amministrativi continua ad alimentare la confusione, mentre questo deve essere il momento di usare estrema chiarezza: gli agrigentini hanno bisogno di sapere con precisione cosa possono o non possono fare.

Il pressapochismo è palpabile e le decisioni vengono prese sempre dopo che il problema si presenta.

E mentre a Cammarata e San Giovanni Gemini bar ristoranti di comune accordo avevano già chiuso in via preventiva, nel capoluogo non una parola per gli esercenti che nei fine settimana fanno il tutto esaurito e nemmeno sui mezzi di trasporto. Gli uffici restano aperti e solo pochi commercianti hanno applicato le prime norme di sicurezza.

Anche le strutture di accoglienza non hanno nessuna informazione così si ritrovano a dover ospitare clienti e a trovarsi il coronavirus in casa senza poter far niente.

Il presidente dell’ordine dei medici ha fatto chiudere l’ufficio al pubblico cioè ai medici stessi che possono contattare solo su skype, mail e posta con francobollo. Se chiudono i medici dovrebbero chiudere gli studi di avvocati, d’analisi, odontoiatri che invece continuano a ricevere gente che arriva dappertutto.

A proposito di sanità nel capoluogo manca ancora la figura del direttore generale.

Diciamoci la verità, il contagio qui non è ancora sotto controllo. La città non viene blindata per scelta, mentre le condizioni lo imporrebbero. Il coprifuoco ormai non dovrebbe essere una scelta, ma un obbligo. La popolazione va salvata prima dalla malattia e poi, eventualmente, si può pensare alla sua economia.