Cani senza padrone. Nostra recensione sul libro di Carmelo Sardo

Cani senza padrone. Di Carmelo Sardo

Di Eva Di Betta

Se si racconta di Mafia è perché essa ci è vissuta accanto, dall’altra parte del fiume,coi suoi morti ammazzati e il suo acre sospiro. Attraverso un appassionato racconto, dettagliato ed ammaliante della storia grigia della nostra terra, Sardo ci fa immergere in quella porzione di Sicilia ombrosamente reale. Gli anni vissuti tra cronache sanguinarie della propria isola hanno solcato l’animo di chi scrive e ne hanno orientato cuore e testa a narrare con piglio esperto di chi ha studiato e sperimentato nel tempo luci ed ombre di Sicilia. Con leggiadra sensibilità si narra la mafiosa morte accanto. Leggere queste pagine e’, per un siciliano soprattutto, calarsi negli inferi brucianti di dolore. La nostra terra generosa dispensatrice d’amore e lacrime per i suoi figli. I caruseddi di Gela, una “manciata di ragazzini spietati e feroci, che nell’acerbezza della loro età venivano facilmente abbindolati dai grandi che li facevano sentire importanti”,scrive Sardo, in realtà erano poco più che bambini troppo in fretta cresciuti senza regole e freni. In baliia di se’ stessi, inghiottiti da ignoranza e malavita. Sfruttati e appesi al loro triste destino. Che, in punto di morte, svelavano il loro essere solo dei giovani lontani dalla Luce, pur sempre ragazzini, tanto da piangere e singhiozzare come bambini, da chiamare la mamma e pregare balbettanti, tra le mortali grinfie di navigati aguzzini senza pietà. La Sicilia tratteggiata è libertà di macchinosa mentalità criminale ma sa essere rigida gabbia per chi sceglie di vivere un’esistenza al di là del lecito. Legalità e criminalità, universi paralleli, qui incrociano i loro destini,segnandoli nettamente e per sempre. La narrazione storica è sapiente, erudita, affinata nei dettagli di quella fetta di anni che incrocio’ destini di mafiosi e stiddari. Una criminale mescolanza tale da non riuscire ad incastonare, con assoluta limpidezza, nonostante le sentenze di condanna, il reale ruolo degli stiddari nell’eliminazione del giudice Livatino. Strumentalizzati? Chi aveva voluto la testa di Rosario Livatino? Come sostiene il dott. Teresi, magistrato inquirente nella lotta alla stidda, “negli omicidi di mafia vi sono sempre due moventi, uno prossimo ed uno remoto”. Siano stati, tali picciotti, stidde, stelle, pianeti a se’ stanti, o schegge impazzite, stidduzzi che schizzano via dal fusto d’un albero, sfrenati e sregolati, cani senza padrone a briglia sciolta, la loro avventura criminale s’inchinava allo stesso modo. Con la durezza senza scampo del carcere ostativo, la condanna al fine pena mai. Gli stiddari,strumento di Cosa Nostra, furono sterminati in parte da essa, in parte dallo Stato. Un filo comune lega però l’animo d’un mafioso, d’uno stiddaro, d’un caruseddu. Punciuti, posati, pentiti o meno, latitanti, incarcerati, collaboranti affacciati a nuova identità e nuova vita, un desiderio bramano, di cui, per la loro scia d’esistenza sono privi. Il profumo a pieni polmoni della terra natia,il colore del tramonto del loro sole. L’odore evanescente di quella libertà che per scelta o per contingenze amare si sono negati. Che’, netto e lucido il messaggio,il sole altrove, grigliato, straniero, fuggiasco che sia, non luce come quello di casa propria. Il cielo libero, da ammirare senza guardarsi le spalle, è il dono più prezioso. Eva Di Betta