Belfast, il film semi-biografico sull’infanzia di Kenneth Branagh

Kenneth Branagh: in origine attore shakespeariano oggi icona britannica del cinema, tanto cinema, sia come regista sia come attore. Questa sua opera, BELFAST, segue una trama che è in parte autobiografica. Il film (7 candidature ai prossimi Oscar) è ambientato nel 1969 e nell’anno successivo in un quartiere proletario (ricostruito a Londra) della capitale dell’Ulster nel pieno degli scontri tra protestanti e cattolici che fanno da sfondo (e anche di più) nella vicenda che è tutta incentrata sulle figure del ragazzino Buddy e dei suoi familiari. Il loro quartiere è il mondo di Buddy: la strada nella quale gioca, i nonni che lo adorano, l’emporio dove rubare il cioccolato, la scuola, la compagna di banco per la quale si consuma il suo amore. Ma anche i prepotenti della zona e il primo uomo sulla Luna. Il padre lavora in Inghilterra e la tentazione è quella di trasferirsi con tutta la famiglia all’estero. Un film che parla di (improbabili) tentativi di pacificazione tra cattolici e protestanti, di emigrazione e povertà, di superstizioni religiose, di debiti e affetti famigliari. Molto didascalico questo BELFAST: tante inquadrature dal basso a sottolineare la “prospettiva” di Buddy, il suo punto di vista, in un film reso tutto in bianco nero. Branagh usa il colore solo nelle scene iniziali e finali del film con tante (troppe e pure superflue) immagini girate da un drone che mostrano la vittoriana Belfast dall’alto, i cantieri dove fu costruito il Titanic e il museo dedicato al transatlantico. Il colore, ed è un buon espediente per ravvivare la narrazione filmica, viene pure usato in un paio di altre sequenze: quelle dello spettacolo teatrale e del film visto al cinema con un intento poetico per quanto retorico. Forse poco originale la scelta di affidare a Van “The Man” Morrison alcune interpolazioni musicali ma le canzoni del musicista nato a Belfast sono bellissime e ascoltarle è un vero piacere (a prescindere, direbbe il Nostro …..). Molto buona la recitazione con attori e attrici che calzano a pennello per i personaggi: una particolare menzione per il terribile pastore protestante i cui discorsi dal pulpito danno la stura agli incubi e alle perplessità religiose di Buddy. Un lavoro, questo di Branagh, che volutamente sorvola sul tema dei troubles perché tutto girato a “altezza” e sguardo di un ragazzino; un film popolare ma molto intimo e intenso che si chiude con la significativa dedica finale del film: “a quelli che sono rimasti, a quelli che se ne sono andati, a quelli che si sono persi”.
Un’ultima nota che non va intesa come mera piaggeria: il periodo che stiamo vivendo, tra pandemia e guerra, tra programmazioni delle varie piattaforme streaming/televisive e opinabili scelte delle agenzie di distribuzione, ha portato alla chiusura di centinaia di sale in tutta Italia; i dati Cinetel parlano di ben 500 schermi chiusi su circa 3600 esistenti riferiti a 1300 strutture. Ai Gestori delle sale agrigentine e in particolare a Massimo Lupo al quale mi lega, da lunga data, un’affettuosa conflittualità, va riconosciuto il merito di mantenere le proprie sale aperte con una programmazione, dall’autunno scorso a oggi, che più di una volta ha “costretto” il pubblico (anche il più esigente) a recarsi in sala.


Antonio Barone
Un’ultima nota che non va intesa come mera piaggeria: il periodo che stiamo vivendo, tra pandemia e guerra, tra programmazioni delle varie piattaforme streaming/televisive e opinabili scelte delle agenzie di distribuzione, ha portato alla chiusura di centinaia di sale in tutta Italia; i dati Cinetel parlano di ben 500 schermi chiusi su circa 3600 esistenti riferiti a 1300 strutture.